CHIESA
Chiesa di Sant'Andrea
Il vescovo si reca alla chiesa parrocchiale di Sant’Andrea alla porta della quale il parroco e vicario foraneo, don Giulio Manfredi, gli porge la croce da baciare e, dopo la solita incensazione, recitate le preghiere di rito dinanzi all’altare del Santissimo Sacramento e premessa la benedizione solenne, fa l’assoluzione dei defunti, tiene un sermone sulla sacra visita e la sua utilità, riceve l’obbedienza del Clero e del Magistrato e celebra messa.
Il Santissimo Sacramento si conserva sull’altare maggiore, dentro un tabernacolo in una pisside d’argenteo e nell’ostensorio, i quali vasi risultano a norma e, dopo le debite preghiere, col medesimo Santissimo Sacramento, monsignor Tenderini benedice il Popolo.
Il fonte battesimale si trova presso la porta maggiore. Dopo aver esaminato il luogo e tutte le cose necessarie per l’amministrazione del battesimo, si ordina di porre la croce sul vasetto dell’Olio dei Catecumeni; per il resto lo trovò a norma.
Anche il sacrario è a norma.
La custodia degli Oli santi è vicino all’altare maggiore, decentemente ornata internamente, ma, esternamente, si prescrive di dipingerla di nuovo e di scrivere, a chiare lettere: “Oleum Sanctum”.
Il vescovo ordina di trasmettere la nota delle reliquie e, riguardo a quella della Fune con la quale fu legato Gesù, per esporla con maggior decenza, ordina al parroco di presentare o trasmettere una supplica al protesoriere della Reverenda Camera Apostolica per un nuovo reliquiario distinto e decente. Riguardo, invece, ai reliquiari più grandi, bisogna dipingerli all’interno o coprirli con un velo di seta e restaurarli per mezzo del rettore, con l’assistenza del vicario foraneo, di don Bartolomeo Ercoli e del cancelliere foraneo. Nell’urna dove si conservano le ossa di San Venturino Martire, è necessario aggiungere qualche ornamento che possa almeno sostenere due candele.
La mattina del 4 giugno 1720, il vescovo, accompagnato dai convisitatori don Gian Francesco Cerroni e don Gian Pietro Massa, canonici della cattedrale di Civita Castellana, si reca nuovamente in detta chiesa e, celebrata la messa, prosegue la visita.
L’altare maggiore è dedicato alla Beata Vergine e ai Santi Andrea Apostolo e Vittore protettori. Sotto all’altare, in un’urna di legno dorata, riposa il suddetto corpo di san Venturino, la cui festa si celebra la prima domenica di maggio e, siccome i vescovi predecessori proibirono il trasporto in processione della stessa per giusti motivi, monsignor Tenderini conferma tale proibizione. Su questo altare, la confraternita del Santissimo Sacramento eretta sull’altare maggiore della chiesa parrocchiale di San Vittore è tenuta all’amministrazione dell’olio per la lampada e della cera per l’esposizione del Santissimo che si fa in questa chiesa nei venerdì di marzo e la terza domenica di ogni mese a turno con la chiesa di San Vittore, come anche per l’esercizio della Buona Morte che parimenti si alterna. Su questo altare, l’arciprete è solito celebrare: una messa alla settimana per Andrea Tomai e due messe nella festa di Sant’Andrea per obbligazione della Comunità; quaranta messe per l’anima di Giacomo Petrucci – che lasciò 50 scudi in dote, i quali, per ordine del vescovo Aleotti furono investiti in un censo a carico di Francesco Falisci, come per istrumento rogato da Marcello Peretti il 20 settembre 1721, alla ragione del 6%-, dieci per l’anima di Battista Nardi; ventitré per Domenico Giovannesi – che lasciò una casa, come anche il prezzo di un castagneto e di un censo di 10 scudi in sorte, ma, essendo crollata la suddetta casa ed essendo stato venduto il sito e la somma erogata a soluzione dei frutti del censo in favore della sagrestia della chiesa ed essendo inesigibile il censo a carico degli eredi di Alessandro Coletta, il vescovo Aleotti rilasciò un mandato contro le eredi Margherita, Giulia e Orsola, mediante la persona del loro genitore Giovanni, dando loro il termine di quindici giorni, come anche contro don Vittore Floriani, erede di Gian Mariano di Lelio Mariano, presso il quale furono depositati i 18 scudi provenienti dall vendita della casa a Giovanni Ciprianetti. Il vescovo Blasi confermò tali decreti tanto nella prima quanto nella seconda visita per cui monsignor Tenderini ingiunge all’arciprete di informarsi in modo che il frutto dei beni e il prezzo della casa si applichino alla sagrestia della chiesa e non si eroghino nella celebrazione di messe e, nel frattempo, poiché, per i frutti dei castagni descritti risultano in tabella cinque messe all’anno, ordina di celebrare tante messe ogni anno in ragione dei detti frutti e, a tal effetto, di tenere un conto distinto; otto per l’anima di Tiburzia Petrucci, per obbligazione degli eredi, come per testamento rogato dal notaio Lorenzo Pelazzi il 9 e 10 agosto 1623, col quale, il testatore lasciò 30 scudi da investire entro sei mesi ma, non essendo stata investita tale somma né celebrate le messe, il vescovo Aleotti rilasciò un mandato contro Tiburzio Petrucci, presunto erede, confermato dal vescovo Blasi nelle sue due visite, per cui monsignor Tenderini rinnova tali decreti e, nel frattempo, ordina di informarlo dell’adempimento entro cinque giorni, pena il sequestro sui beni ereditari con l’intimazione anche per la casa; sei per l’anima del fu Biagio Ceccolini; quindici per legato di Giovanni Nardi che lasciò una stalla, poi diruta, e venduta a Benedetto Porchiaroni, come per istrumento rogato dal notaio Marcello Peretti il 9 novembre 1713, e dai frutti si celebrano tante messe alla ragione dell’elemosina manuale come per decreto del vescovo Aleotti. Dall’antica tabella, è stato riportato nella nuova anche un legato di tre messe per l’anima di Pietro Paolo Serblasi, tuttavia, poiché se n’è persa la memoria, i vescovi predecessori non ebbero nessuna ragione a riguardo. Ispezionato l’altare, si ordina di restaurare e fissare i candelabri di oricalco e di coprirlo con tela cerata e stragola al fine di conservare le tovaglie pulite.
L’altare dell’Assunta e dei Santi Nicola e Leonardo è di diritto della famiglia Michelini. Vi si onora un immagine della Vergine, per venerazione della quale, la confraternita del Santissimo Sacramento eretta nella chiesa di San Vittore somministra l’olio per la lampada ogni sabato e nelle feste di precetto o di devozione e la cera in occasione di ciascuna ostensione della medesima immagine, la qual confraternita possiede dei tenui censi amministrati dai suoi officiali ai quali il vescovo chiede conto della loro gestione. Su questo altare è eretto un beneficio o legato con l’onere di cinquanta messe per disposizione di Giacoma Rinsetti, il cui rettore è don Floriani, surrogato da don Giulio Manfredi. Ci sono anche: un legato di ventiquattro messe per l’anima di Battista Mirante, per obbligazione degli eredi; uno di quindici messe per Carlo Floridi, per obbligazione degli eredi; un altro di ventiquattro messe per Vittore Floridi, la cui dote consiste in un arboreto in contrada Millicciano, confinante con gli eredi di Carlo Floridi e di Francesco Giuseppe Iacobucci, il cui rettore è don Lorenzo Agostini, al quale si chiede di informare dell’adempimento entro cinque giorni. Riguardo all’altare, si prescrive di coprirlo con tela cerata e stragola entro un mese.
L’altare dei Santi Giovanni Evangelista e Stefano è di diritto della famiglia Ricciardi e ci sono: un legato di una messa al mese per l’anima di tale Ricciardi, il cui rettore è don Giulio Manfredi; uno di quindici messe all’anno per Flaminia Ricciardi, retto dallo stesso; un altro di quaranta messe per Antonio Allegrini, per obbligazione degli eredi, come per testamento rogato dal notaio Giovanni Battista de Pretis il 14 agosto 1638; un altro ancora per Lucrezia Riccardi, che, dalle visite precedenti, consta di tredici messe – ossia nove durante l’anno, due nel giorno di Santo Stefano ad agosto, una nel giorno di Santo Stefano a dicembre e l’altra il giorno di San Giovanni sempre a dicembre – per obbligazione della confraternita del Santissimo Sacramento, ma, poiché dalla nota degli oneri della confraternita esibita da don Gian Pietro Troncarelli, risultano ventitré messe, il vescovo ordina di appurare lo stato legato da cui risulta che altre dieci messe si celebrano sull’altare della Madonna di Loreto; un legato di venti messe per Vittore Ricciardi, per obbligazione della suddetta confraternita, con l’onere inoltre di accendere un cero nel giorno della Commemorazione dei Defunti, come per testamento rogato dal notaio Angelo Alatini il 6 maggio 1698; un beneficio ossia legato, con l’onere di due messe al mese per Domenico Altobelli, il cui rettore è don Giuseppe Tani. Un legato di dieci messe per Cesare Paesani fu trasferito, con licenza dei vescovi predecessori, all’altare dei Santi Giovanni e Giacomo nella chiesa della Madonna del Ruscello. Monsignor Tenderini intima a tutti i suddetti rettori o legatari di informarlo dell’adempimento entro cinque giorni. Ispezionato l’altare, essendo quasi spoglio, ordina di provvedere a tutte le cose necessarie per la messa e al baldacchino, a spese del suddetto don Giuseppe Tani, beneficiato, entro un mese, riservandosi il diritto di agire contro chi di diritto e stabilendo, altrimenti, di sospenderlo e porre sotto il sequestro sui frutti, con l’intimazione anche della casa.
Sull’altare di Santa Maria e di San Rocco, di diritto della famiglia Carnizzi, è eretto un beneficio con l’onere di una messa al mese, il cui rettore è don Antonio Carnizzi, al quale si chiede conto dell’adempimento. Esaminato l’altare, si ingiunge di sistemarlo e di provvederlo delle tabelle dei Secreta, dei vasetti coi loro fiori, di un nuovo paliotto di diversi colori almeno di corame, di tela cerata e stragola e di restaurare la predella entro due mesi.
Sull’altare di San Lorenzo, di diritto della famiglia Chiricozzi, è eretto un beneficio con l’onere di una messa al mese, il cui rettore è don Virgilio Scarlini. Ci sono anche: un legato di venti messe per l’anima di Porzia Falaschi, come per testamento rogato dal notaio Floriano Floriani il 4 settembre 1663; uno di cinque messe per Benedetto Poli, con la dote di un pezzo di terra in contrada Zamcola e di un altro in contrada San Pietro; un altro di una messa alla settimana, per l’anima di Vittore Chiricozzi, con la dote di un pezzo di terra in contrada Talano; un altro ancora di una messa ogni settimana per Faustina di Vittore Chiricozzi, come per testamento rogato dal notaio Antonio Petrucci, il 1° maggio 1645. Il vescovo ordina a don Virgilio Scarlini, rettore dell’altare, di informarlo dell’adempimento. In quanto alla struttura, comanda di provvedere quanto prima alla base per i candelabri, alle tabelle dei Secreta, a un nuovo paliotto di diversi colori almeno di corame, alla tela cerata e stragola, di spostare in avanti la pietra sacra e di restaurare la mensa e la predella entro due mesi.
Sull’altare dello Spirito Santo o del Santissimo Crocifisso, di diritto della famiglia Petrucci, ci sono: un legato di settantacinque messe all’anno per l’anima di Vittore Petrucci, per obbligazione degli eredi, contro i quali, per l’adempimento, i vescovi predecessori Aleotti e Blasi rilasciarono più volte dei mandati, ma oggi se ne occupa la Fabbrica di San Pietro, per mezzo del procuratore don Virgilio Scarlini, al quale monsignor Tenderini raccomanda la spedizione della causa, comunicandogli l’esito; uno di dodici messe per Bernardino Petrucci, per obbligazione degli eredi, trai quali ci sono Domenico Chiodi e Girolamo Crevelli, che devono informare il vescovo dell’adempimento entro otto giorni, pena il sequestro dei beni ereditari, con l’intimazione anche della casa; un altro di otto messe per Tiburzio Petrucci, per obbligazione degli eredi, come da testamento e dal codicillo rogati dal notaio Lorenzo Pelazzi, il 5 agosto 1623; un altro ancora di sei messe per Carlo Petrucci, il cui rettore è don Giuseppe Tani, al quale si chiede conto dell’adempimento. Riguardo all’altare, poiché fu sospeso dal vescovo precedente e i patroni non si curarono di restaurarlo e di provvedere alle cose necessarie alla celebrazione della messa a norma dei decreti della sacra visita, il vescovo assegna ai medesimi patroni, come ultimo e perentorio termine, il termine di un mese per ottemperare, ordinando altrimenti di demolirlo e di trasferirne gli oneri.
Sull’altare di San Giovanni Evangelista, di diritto della famiglia Falaschi, è eretto un beneficio o legato, con l’onere di una messa alla settimana, secondo il disegno del fondatore, il cui rettore è don Cesare Ianni, al quale si chiede di informare dell’adempimento. Ci sono anche: un legato di quattro messe per l’anima di Polissena Scarocchia, per obbligazione degli eredi, ma non essendo ancora stati individuati chi siano, il vescovo ordina di annotare i beni a perpetua memoria; uno di una messa alla settimana per l’anima di Agostina Chiricozzi, retto da don Virgilio Scarlini, al quale si chiede conto dell’adempimento entro cinque giorni; un altro di venticinque messe per Sebastiano Pacelli, come per testamento rogato dal notaio Lorenzo Pelazzi, il 1° agosto 1631, per obbligazione degli eredi; un altro ancora di dieci messe per Francesca, moglie di Francesco Falaschi, per obbligazione degli eredi – attualmente don Francesco Falaschi – tuttavia, poiché da più anni si è omesso l’adempimento, il vescovo assegna il termine di cinque giorni al detto don Francesco per informarlo rilasciando, in caso contrario, il sequestro e i mandati contro i beni ereditari. Ispezionato l’altare, si comanda di provvedere a quattro candelabri di oricalco o almeno di legno e dorati, come anche di quattro vasetti coi loro fiori, di nuove tabelle dei Secreta, di un paliotto di diversi colori, almeno di corame, di tela cerata e stragola, ad effetto come sopra, inoltre di spostare in avanti la pietra sacra di tre dita e di restaurare la predella, come anche di realizzare un piccolo leggio per il messale entro due mesi, e, poiché dal vescovo predecessore fu sospeso e devoluto, se non si fosse proceduto altrimenti, conferma tale sospensione e devoluzione e il trasferimento degli oneri delle messe all’altare maggiore.
Sull’altare del Santissimo Rosario è eretta la confraternita omonima, aggregata alla confraternita di Santa Maria sopra Minerva di Roma, i cui confratelli usano vesti bianche nelle processioni e nelle altre funzioni. I beni della stessa sono amministrati dai suoi officiali, ai quali si chiede conto della loro gestione. La medesima confraternita è tenuta a far celebrare, ogni anno cinque anniversari e una messa solenne e tante messe lette dai sacerdoti desiderosi di celebrare – dei quali il primo dopo la festa della Purificazione, il secondo dell’Annunciazione, il terzo dell’Assunzione, il quarto della Natività della Beata Vergine, il sesto dopo la prima domenica di ottobre -, venti per l’anima di Diana Falischi, dieci per Battista Nardi, quattro per Sebastiano Pacelli, due per Francesca Scarocchi, cinque per Arcangelo Alatini, sei per Polisena Nardi, cinque per Lorenzo Pelazzi e due per Giacoma Renzetti. Nella visita del vescovo Aleotti risultano altre dodici messe per l’anima di Domenico Narduzzi, trentasei per obbligazione dei creditori della chiesa, sei per obbligazione di Carlo Petrucci ma, poiché il suddetto vescovo ordinò di indagare ad effetto di trovare l’origine dei detti legati, dato che tanto la confraternita quanto il coadiutore e gli eredi Petrucci sostenevano di non essere tenuti ai suddetti oneri, monsignor Tenderini dispone di annotarle a perpetua memoria e prescrive al vicario foraneo il prosieguo delle indagini a effetto di provvedere in maniera opportuna. Tre volta alla settimana si recita la terza parte del rosario con le litanie della Vergine – ossia il mercoledì, il venerdì e la domenica – per mezzo dell’arciprete, con la provvigione di 6 scudi, alla quale recita, il vescovo Aleotti aggiunse la recita anche di sabato. Ogni prima domenica del mese si fa la processione particolare e, nella prima di ottobre, quella generale, con la messa e i vespri cantati. In quanto all’altare, si ordina di allargare la mensa, di portare in avanti la pietra sacra, di provvedere a nuove tabelle dei Secreta, alla tela cerata e stragola e a una nuova predella entro un mese.
Sull’altare della Madonna di Loreto e di Sant’Antonio, di diritto della chiesa, vi sono: un legato di otto messe per l’anima di Vittore Stefanucci, il cui rettore è don Francesco Falisci; uno di dieci messe per Lucrezia Ricciardi, per obbligazione della confraternita del Santissimo Sacramento; un altro di venti messe, con l’onere di accendere una lampada ogni sabato sera, per Vittore Ricciardi, per obbligazione della medesima confraternita, come per testamento rogato dal notaio Angelo Alatini, il 6 maggio 1698. Il vescovo ordina a tutti gli interessati di informarlo dell’adempimento. Esaminato l’altare, prescrive di provvederlo di nuove tabelle dei Secreta, di vasetti coi loro fiori, di due altri candelabri e di tela cerata e stragola entro un mese.
Bisogna restaurare il secondo confessionale entro un mese.
L’organo è in pessimo stato ed essendo totalmente da restaurare e bisognando ricostruire la sua facciata – che è posta di traverso – per esporla alla vista, ma volendosi edificare una torre, prima si devono calcolare le spese necessarie. Il vescovo ingiunge all’arciprete di far presenti tali necessità al tesoriere della Camera Apostolica, confidando nella sua pietà, di impegnarsi coi priori della Comunità per la perfezione dell’opera.
In quanto al pulpito, non si danno indicazioni.
Riguardo alle sepolture, si ordina di ridurre in piano le sepolture sotto le predelle degli altari e di ripulirle entro tre mesi e, per il futuro, si proibisce assolutamente di inumare nelle medesime.
Il vescovo comanda di realizzare la porta del campanile e di munirla di serratura e chiave, chiudendo il muro all’intorno, entro due mesi.
Il cimitero consta di una sola stanza e il pavimento non è sicuro per cui, monsignor Tenderini prescrive di far presente anche questo al tesoriere Camera Apostolica.
In sagrestia si devono dorare i due calici e le patene e restaurare la pianeta di diversi colori, provvedere a tre camici per le solennità, affinché corrispondano ai paramenti nuovamente fatti per ordine del protesoriere, al quale è necessario esibire la nota degli altri paramenti e delle suppellettili vecchie e consunte per essere aggiustate. La sagrestia possiede dei censi, i frutti dei quali servono per gli stipendi degli inservienti e per le suddette suppellettili.
Il vescovo ordina di restaurare le finestre della chiesa in modo che si possano aprire ogni tanto per evitare il cattivo odore e, esternamente, di togliere le immondizie.
La chiesa è retta da un curato nominato dal suddetto protesoriere al quale la Camera Apostolica corrisponde 30 scudi annui; alla cura sono annessi i seguenti legati: trenta messe per l’anima di Giacomo Petrucci; dieci per Battista Nardi; sedici per Tiburzio Petrucci; sei Biagio Ceccolini; nove per Giovanni Nardi; tante messe per l’anima di Giovanni Giovannesi quanto sarà il ricavato dei frutti di un castagneto.
Oltre al rettore – al presente il suddetto don Giulio Manfredi -, c’è un coadiutore – attualmente don Filippo Troncarelli -, istituito dal cardinal Farnese, con la dote di 28 scudi, da riscuotersi sul prezzo, “del Confetto et Agnello”.
Si devono cartulare entro un mese i registri dei cresimati, dei defunti e dei matrimoni e redigere le rubricelle, sotto pena di 3 scudi in favore della Sagrestia.
La parrocchia consta di 104 famiglie, 304 anime di comunione, 172 non comunicanti per un totale di 476 individui.
Annesso alla suddetta chiesa, si trova l’oratorio di San Giovanni Decollato o della Misericordia, retto dalla confraternita omonima, aggregata all’arciconfraternita di Roma, i cui confratelli usano vesti nere. I beni della confraternita sono amministrati dai suoi officiali, ai quali il vescovo chiede conto della loro gestione.
Sull’unico altare si canta la messa, coi primi e secondi vespri, nella festa del titolare e, il giorno seguente, si fa un anniversario per i confratelli. Inoltre, si celebra la messa una volta a settimana, per obbligazione della confraternita. Monsignor Tenderini chiede di informarlo dell’adempimento. Visto l’altare, ordina di rinnovare le tabelle dei Secreta e di coprirlo con tela cerata e stragola entro un mese.