CHIESA - PARROCCHIALE
Collegiata di San Giuliano
Il 23 novembre 1719, il vescovo, accompagnato dai convisitatori e dai suoi famigliari, giunge alle ore ventidue circa secondo lo stile italico, a Stabia, posta sotto il dominio temporale del principe Borghese, e, dal palazzo di residenza, vestito delle vesti pontificali, si dirige processionalmente sotto il baldacchino, col Capitolo, il Clero, il Magistrato e il Popolo alla chiesa collegiata dedicata al patrono san Giuliano. Qui giunto, fatte le solite cerimonie, ricevuta l’obbedienza del Capitolo e del Clero ed espletata l’assoluzione dei defunti, con un sermone pastorale apre la sacra visita.
Visita innanzitutto il Santissimo Sacramento conservato nell’ostensorio e nella pisside e ordina di indorare la lunetta dell’ostensorio e fermare la croce del medesimo, di provvedere inoltre a un nuovo conopeo per la pisside, il tutto entro un mese. Recitate, poi, le solite preghiere, col Santissimo benedice il Popolo.
Riguardo al fonte battesimale, comanda di coprire l’interno del ciborio con un panno decente di colore bianco, di fare un cucchiaio d’argento o stagno col manubrio per poterlo appendere, di munirlo di porta affinché non si possa aprire tanto facilmente e di provvederlo di baldacchino.
Per gli Olii santi, intima di apporre la croce sul vasetto dell’Olio degli Infermi e di fare una nuova borsa di seta di colore viola con cordoncini di seta per poterla appendere al collo del sacerdote.
Il 24 novembre 1719, il vescovo, prima di proseguire la visita della collegiata, celebra messa.
Passa poi a esaminare le reliquie che si conservano sull’altare di San Giuliano sotto due chiavi, una delle quali è tenuta dall’arciprete e l’altra dai santesi pro tempore. Fra le reliquie, c’è anche un frammento della Santa Croce in una croce d’argento, la testa di san Giuliano in un busto d’argento e un dente di sant’Antonio di Padova in un vaso anche d’argento.
Il vescovo trova due tabernacoli di legno con le loro reliquie sospesi e li lascia in tale stato finché non si provvedano di vetri o si adattino in un modo migliore.
Sull’altare maggiore è eretta la confraternita del Santissimo Sacramento, aggregata alla arciconfraternita di San Lorenzo in Lucina di Roma, che ha l’onere di fornire di cera lo stesso altare nella terza domenica di ogni mese nell’occasione dell’esposizione e della processione del Santissimo Sacramento, nel qual giorno, il canonico ebdomadario applica la messa per la confraternita. Somministra anche la cera per l’accompagnamento del Viatico agli infermi e nella festa e nell’ottava del Corpo di Cristo e nel giovedì e venerdì santo e nelle altre esposizioni. È tenuta inoltre a far celebrare due messe all’anno per l’anima di Caterina Dulcella e, per istituzione, due anniversari per i confratelli e le consorelle – ossia uno dopo la Commemorazione dei Defunti e l’altro dopo l’ottava del Corpo di Cristo. La confraternita paga 3 scudi ai capitolari per le funzioni del Corpo di Cristo e dell’ottava. I beni e le questue sono amministrati dal priore pro tempore, al quale il vescovo chiede conto della gestione. Sul medesimo altare, i capitolari hanno l’onere di cantare a turno la messa conventuale ogni domenica e festa di precetto con l’applicazione del Sacrificio per il Collegio, mentre, negli altri giorni, invece, secondo la rubrica o tabella degli oneri della chiesa. Esaminato l’altare, il vescovo ordina di provvedere a un vaso d’oricalco per l’abluzione delle dita dopo la Comunione del Popolo, di dipingere una croce sul fronte e di coprirlo con tela stragola dopo la celebrazione affinché le tovaglie possano proteggerlo dalla polvere e dalla sporcizia e conservarlo pulito. Poiché nella prima visita del vescovo Blasi fu esposto che Francesca Fazi avesse lasciato all’arciprete e ai canonici un censo in sorte di 12 scudi imposto da Giuliano Palamides, con l’onere di celebrare ogni anno tante messe, ma non essendo state celebrate poiché la figlia di Giuliano allegava la nullità e il vescovo chiedeva di informarlo entro tre mesi rilasciando un mandato esecutivo, monsignor Tenderini ordina al vicario foraneo di esaminare lo stato della causa e riferire, ammonendo i capitolari a custodire i diritti della chiesa.
L’altare del Santissimo Rosario è di diritto della confraternita omonima, aggregata all’arciconfraternita di Roma, e si recita il rosario tre volte a settimana con particolare e lodevole devozione. La medesima confraternita è tenuta a far celebrare ogni anno sei anniversari per i confratelli e le consorelle defunte – ossia uno dopo le singole quattro feste di precetto della Beata Vergine Maria, il quinto nell’ottava dei Defunti e il sesto dopo la prima domenica di ottobre -, altri due anniversari durante l’anno per l’anima di Caterina Dolcella e una messa per Giovanni Maria Petracchini. Per devozione invece, si fa cantare una messa ogni prima domenica del mese e, dopo i vespri, si recita il rosario e si fa la processione. I beni e le questue della confraternita sono amministrate dal priore pro tempore, al quale si chiede di rendere conto. Visto l’altare, si comanda di fermare all’intorno la pietra sacra, di dipingere la croce sul fronte e di coprirlo con tela stragola.
Sull’altare di San Giuliano, decentemente ornato, si conservano le reliquie dei santi dei quali si è detto sopra e i capitolari vi celebrano la messa dell’aurora a turno di domenica. La festa del santo protettore, secondo l’uso della regione, si celebra per mezzo di uomini pii detti “I Signori” che hanno cura dei beni del detto altare. Il vescovo intima di esibire lo stato e di rendere conto dell’amministrazione. Relativamente all’altare, comanda di dipingere la croce sul fronte e di coprirlo con tela stragola.
L’altare di San Giovanni Battista è di patronato della famiglia Borghese e vi è eretto un beneficio parimenti di patronato della medesima famiglia, con l’onere di una messa ogni domenica e giovedì per fondazione e della messa cantata coi primi e secondi vespri nella Natività di San Giovanni Battista. C’è anche un legato annuo di due messe – ossia uno nella festa di San Giovanni Battista e l’altro nella festa di San Giovanni Evangelista – e di un anniversario il 22 febbraio per l’anima di don Galeotto Berutti, in ragione di una casa lasciata dallo stesso al suddetto beneficio. C’è anche un legato di dieci messe all’anno per l’anima di Felicita Palamides. Il rettore del beneficio o dell’altare è don Francesco Antonio Luci al quale si chiede conto dell’adempimento. Relativamente all’altare, il vescovo ordina di avvicinare la pietra sacra di tre dita al fronte, dipingere la croce, provvedere a una base dipinta per i candelabri, a una nuova predella e alla tela stragola.
L’altare dei Santi Pietro e Paolo fu concesso dal vescovo Aleotti a Giovanni Battista Dossola, con l’obbligo di munirlo di tutte le cose necessarie e di mantenerlo in perpetuo. I capitolari celebrano a turno la messa dell’aurora nei giorni di lunedì e giovedì. Visto l’altare, si dispone di estendere il paliotto prezioso sul telaio e di coprirlo con la tela per conservalo e con la tela stragola.
Sull’altare della Madonna del Carmine, già di San Michele Arcangelo è eretta la confraternita omonima aggregata all’arciconfraternita di Roma. I suoi beni sono amministrati dal priore pro tempore, al quale si chiede di rendere conto. Per legato di Giovanni Maria Petracchini, si celebra una messa all’anno, ma, poiché non è stata osservata l’esecuzione nonostante i decreti dei vescovi predecessori, monsignor Tenderini ordina a don Giovanni Meconi di riferire per iscritto sul tenore del legato e del censo onde provvedere. I capitolari celebrano a turno sull’altare ogni mercoledì. Bisogna dipingere la croce sul fronte e coprirlo con tela stragola.
L’altare della Natività del Signore è di diritto di Virginia Paolucci e dei suoi eredi e i capitolari vi celebrano a turno ogni giovedì. C’è anche un legato di quindici messe all’anno per l’anima di Giuseppe Todini, per cui il vescovo chiede di informarlo dell’adempimento. Il vescovo Aleotti, poiché il detto altare è attaccato alla porta della chiesa, ordinò di demolirlo e di trasferirlo nella cappella di Santa Maria Maddalena, appositamente concessa alla suddetta Virginia e ai suoi figli, ferma restando la loro sepoltura dove al momento si trova; tale disposizione fu confermata dal vescovo Blasi nella sua prima visita. Poiché però non è stata ancora osservata, monsignor Tenderini assegna altri sei mesi per l’ultimo e perentorio termine, trascorsi i quali l’altare sarebbe devoluto con la possibilità di poterlo demolire ex officio.
Sull’altare del Santissimo Crocifisso o della Disciplina è eretta la confraternita della Disciplina, aggregata alla venerabile arciconfraternita del Gonfalone di Roma; i suoi confratelli usano vesti bianche e partecipano alle processione e all’accompagnamento dei cadaveri dei defunti. I beni della confraternita sono amministrati dai suoi officiali, ai quali il vescovo chiede ragione della loro gestione e dell’adempimento degli oneri. Per istituzione, infatti, la confraternita deve far celebrare due anniversari – ossia uno il 4 maggio, dopo la festa della Santa Croce, e l’altro nell’ottava dei Defunti. Nella festa della Santa Croce, il 3 maggio, si fa la processione col trasporto della reliquia della Santa Croce e, a spese della confraternita, si canta la messa solenne, coi primi e secondi vespri. La confraternita fa anche celebrare un anniversario per l’anima di Giovanni Domenico Magione; C’è anche un legato di tre messe all’anno per l’anima di Giovanni Maria Petracchini, che non sembra eseguito, come si è già detto riguardo all’altare della Madonna del Carmine, per cui il vescovo ordina ai signori Meconi e Gentilini di appurare e riferire per iscritto. C’è un altro legato di venti messe all’anno per l’anima di tale Bernardo. I capitolari celebrano ogni venerdì, con l’applicazione del Sacrificio per la confraternita. Visto l’altare, si comanda di indietreggiare la base dei candelabri di almeno quattro dita, restaurare il velo del Crocifisso e provvedere ai fiori e alla tela stragola.
Nel luogo dove si conserva l’immagine del Salvatore, sorgeva un tempo l’altare della Pietà, sospeso dai vescovi predecessori.
L’altare dell’Assunzione della Beata Vergine Maria è di diritto del Canonicato posseduto da don Massenzio Lazzari, cui è annesso l’onere di mantenere lo stesso altare e di celebrare ogni anno quindici messe per l’anima di Vittoria Ponziani, la quale lasciò un pezzo di terreno della capacità di un rubbio nella contrada Pantana, con rogito di Teodoro Senzi, notaio di Stabia. I capitolari vi celebrano a turno la seconda messa ogni lunedì. Visto l’altare, il vescovo ordina di provvederlo di quattro candelabri d’oricalco o almeno di legno decentemente dipinti, di vasetti e fiori e di tela stragola e di aggiustare il paliotto entro un mese.
L’altare della Santissima Annunziata è di diritto di Paolo Antonio Persi e i capitolari vi celebrano la prima messa ogni sabato. Fu sospeso poiché quasi spoglio e, siccome Angela, vedova del suddetto Paolo Antonio, non ha come mantenerlo, si è costituita dinanzi al vescovo affinché si degni di accettare la rinuncia. Il vescovo ha acconsentito benevolmente ed esortato gli astanti a gestire la cura e il restauro dell’altare. Essendosi subito offerto don Egidio Gentilini, monsignor Tenderini gli concede l’altare a titolo di patronato, con l’obbligazione, secondo la forma della Reverenda Camera Apostolica, di mantenerlo e provvederlo in perpetuo di tutte e ciascuna suppellettile necessaria e opportuna nella forma consueta e secondo il rito della Chiesa, il tutto alla presenza dei canonici don Innocenzo Floridi e don Romolo Cochi, convisitatori e testimoni.
L’altare di Santa Maria Maddalena fu sospeso e concesso dal vescovo Aleotti a Virginia Paolucci e a don Giovanni Angelo Aristotele, Tommaso, Giuseppe e Pietro fratelli Meconi suoi figli per erigere in esso, come si è detto sopra, l’altare della Natività del Signore. Per tale motivo, il vescovo conferma il precedente decreto.
L’altare dei Santi Luca e Carlo è di patronato del principe Borghese e, per obbligazione del canonico beneficiato, don Giuseppe Antonio Fazi, si celebra tre volte a settimana. Lo stesso canonico è inoltre tenuto a celebrare nelle feste dei santi titolari e una volta al mese per l’anima e per legato di Giulia di Ubaldo, con un anniversario nel giorno della sua morte. I capitolari celebrano ogni anno cinque anniversari, indicati nella tabella della Sacrestia, con l’elemosina di 27,5 baiocchi per ogni anniversario. Esaminato l’altare, il vescovo ordina di provvederlo di altri due candelabri, di vasetti coi fiori e della tela stragola e di aggiustare la predella entro un mese.
Bisogna restaurare il confessionale presso la porta del campanile entro un mese.
Tanto il pulpito quanto l’organo e il campanile risultano a norma.
È necessario invece, rinnovare la porta del sacrario, munirla di serratura e chiave, dipingerlo e scrivervi sopra a lettere maiuscole “Sacrarium”.
Il coro è tollerabile a causa dell’angustia del luogo.
Anche le sepolture e il pavimento risultano in regola.
In quanto al corpo della chiesa, il vescovo ordina di rinnovare la porta maggiore, afflitta dall’antichità, di riattare il tetto, di munire le finestre di vetri dove necessario, il tutto entro sei mesi.
Per la sagrestia, mancante di molte cose, particolarmente perché nessuno si prende cura delle cose e resta sotto l’amministrazione del sacrista minore, il vescovo stabilisce di deputare ogni anno uno del Capitolo a sacrista maggiore scegliendo, per la prima volta, l’arciprete, al quale ingiunge di fare l’inventario di tutte le sacre suppellettili per consegnarlo ai successori, in numero, peso e misura. Nel frattempo, ordina di indorare un calice e due patene sospesi dai vescovi predecessori, aggiustare la pianeta da una parte di colore verde e dall’altra violaceo e la pianeta e le due dalmatiche bianche, come si dice, “di damasco”. Sospende una pianeta nera e ordina di provvedere a venti purificatoi. Sospende anche un messale e nell’altro comanda di porre il nuovo canone e di procurare due messali per i defunti, entro sei mesi.
La chiesa, già parrocchiale, fu eretta in collegiata dal Valentino a istanza di Pandolfo dei conti dell’Anguillara, con un arciprete e tre canonici, come per copia della bolla di erezione data in Firenze il 3 agosto 1439.
Presso l’arciprete, si conservano i registri parrocchiali, che, esaminati, ordina di cartulare entro un mese.
Le famiglie sono 190, le anime di comunione 491 e le non comunicanti 262 per un totale di 753 anime.