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CHIESA

Chiesa della Madonna del Carmine

La chiesa, anticamente sotto il titolo di Santa Maria dell’Arco, coi terreni contigui, era di diritto della Mensa vescovile. Il vescovo Nicolò Perusco la concesse ai Carmelitani con la prestazione di una libbra di cera bianca da corrispondersi nella festa dell’Assunzione, come da bolla del 6 settembre 1579, con la condizione che, nel caso in cui lo stesso Ordine, in qualsivoglia tempo, avessero abbandonato la chiesa, questa, con tutti i suoi diritti, giurisdizioni e azioni, sarebbe stata restituita, reintegrata e riunita subito alla Mensa.

Tuttavia, poiché, in vigore della bolla Instaurandae di Innocenzo X, i Carmelitani abbandonarono la chiesa e il convento, oltre ai suddetti terreni e alcuni altri beni che avevano acquisito, la Congregazione dei Vescovi e Regolari, il 4 aprile 1653, stabilì che i beni spettanti ai padri e al convento si applicassero all’erigendo seminario, con l’onere di garantire la celebrazione delle messe.

Non essendo però stati trovati i mezzi sufficienti per l’erezione del seminario, la stessa Congregazione, il 23 maggi 1669, assentì, col consenso del vescovo, che la chiesa e i suoi beni si potessero concedere in economato a don Claudio Cervoni, parroco di San Gregorio, con le condizioni di adempire gli oneri delle messe e di erogare i redditi residui per la riparazione della chiesa parrocchiale.

Successivamente, ad istanza dell’economo Paglia, furono rivolte delle suppliche alla Congregazione del Concilio per la riduzione delle messe e, il 18 settembre 1688, furono concesse al vescovo le facoltà in ragione dell’elemosina manuale, con la condizione che aumentando le rendite, si incrementassero il numero delle messe. Il 26 marzo 1689, il vescovo Sillani fissò il numero a settantacinque messe da celebrare nel seguente modo: una ogni mercoledì, una in ognuna delle otto festività della Beata Vergine, una nella festa della chiesa, una nel giorno di Sant’Alberto, una in quello di San Carlo, una nel giorno di Santa Teresa, una in quello della Natività di Nostro Signore e un’altra nel giorno successivo a piacere.

Due delle predette messe sono da applicare per i Torri, come risulta dalle visite precedenti.

Il cappellano e l’economo della chiesa è attualmente l’arciprete don Nicola Ettore, al quale il vescovo ordina di informarlo dell’adempimento e di formare lo stato dei beni – ossia di quelli che furono restituiti alla Mensa vescovile in virtù della prima concessione e di quelli che spettavano al convento – così da considerare il diritto di ciascuno ed esercitare l’amministrazione di quanto spetta al convento.

L’altare maggiore è dedicato alla Beata Vergine e dinanzi a quello deve continuamente ardere la lampada, per la manutenzione della quale, Tiberio Petroni, nel 1568, fondando l’altare e la cappellania di San Girolamo posta nella chiesa cattedrale, gravò il cappellano pro tempore in perpetuo di consegnare ogni anno una salma di mosto al convento e ai frati di Santa Maria dell’Arco, e dodici misure d’olio per la manutenzione della lampada della cappella del Corpo di Cristo, posta nella detta chiesa, alla semplice richiesta dei frati.

Tuttavia, siccome l’attuale cappellano don Antonio Samirima pretende che il legato sia cessato essendo venuta meno la causa del legato dal giorno in cui i frati lasciarono la chiesa e perché il Santissimo Sacramento non si conserva più in detta chiesa. Essendo però l’articolo dubbio, il vescovo ordina che si esamini amichevolmente affinché si possa valutare ciò che è di diritto.

Ispezionato l’altare, lo si trova decentemente provvisto e si ordina soltanto di coprirlo con tela cerata e stragola e di dipingere la croce sul fronte.

L’altare di Sant’Alberto, dalle precedenti visite, risulta di patronato degli eredi di Francesco e Bernardino Pepe. Si celebra in esso la festa del santo titolare e in altre occasioni per devozione dei suddetti eredi. Il vescovo ordina di porre il crocifisso, di restaurare il paliotto di corame, di provvedere alle tabelle per i Secreta, di dipingere la croce sul fronte dell’altare e di coprirlo con tela cerata per proteggerlo dalla polvere entro due mesi.

L’altare di San Carlo, già di diritto degli eredi di Giulio Cesare Petroni e ora della chiesa per diritto di devoluzione, per decreto del vescovo Sillani confermato nella visita del vescovo Aleotti. Vi si celebra nella festa del santo titolare e poiché, tanto il detto altare quanto l’altro di Sant’Alberto, si addobbano soltanto nelle feste dei medesimi e della chiesa, monsignor Tenderini ordina di coprirli entrambi con la tela stragola.

La sagrestia risulta sufficientemente provvista e si comanda di indorare la patena entro un mese.

Bisogna apporre sui confessionali le sacre immagini e i casi riservati.

Riguardo al corpo della chiesa, è necessario restaurare il tetto nei punti necessari.

Fonti: ASDCC, Dioc. Civita, Ordinamento Mengacci, Serie G – Visitationes, 21, cc. 35r-37r

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