CHIESA - PARROCCHIALE
Cattedrale di Santa Maria Assunta
Domenica 10 settembre 1719, all’ora terza, il vescovo, monsignor Giovanni Francesco Tenderini, rivestito delle vesti pontificali e accompagnato dal Capitolo, dal Clero e dal Magistrato, sotto un baldacchino sostenuto dagli stessi priori di Civita Castellana, partendo dal palazzo vescovile, si reca nella cattedrale della stessa Città. Qui giunto, all’ingresso della porta maggiore, in ginocchio, adora la croce presentatagli dall’arciprete, la bacia e, dopo essere stato incensato tre volte, recitate le preghiere prescritte dal Pontificale nel luogo adibito a ciò e cantata l’ora terza sotto il soglio pontificale eretto dinanzi al pulpito, sale verso l’altare maggiore, dove celebra una messa solenne, tiene una predica sulla santa visita dopo il canto del Vangelo e benedice il Popolo.
Conclusa la messa e indossato il piviale bianco, si dirige alla cappella in cui si conserva il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, in una pisside argentea e nell’ostensorio e, esaminato con attenzione il tabernacolo, nuovamente, con lo stesso Santissimo, benedice il Popolo. Decreta poi di conservare sempre nello stesso tabernacolo anche la pisside piccola per portare il viatico agli infermi e di indorare la lunetta dell’ostensorio entro un mese. Subito dopo, rivolto all’altare maggiore, fa l’assoluzione dei defunti.
Spogliatosi delle sacre vesti e rivestito della cappamagna, riceve rispettivamente i canonici del Capitolo al bacio della mano e il Clero a quello delle vesti in segno di obbedienza, con paterna e fraterna carità e, accompagnato dai canonici, dai chierici e dai priori della Magistratura, ritorna all’episcopio.
Il 25 settembre 1719, proseguendo la sacra visita della chiesa cattedrale, assume per convisitatori l’arciprete don Nicola Ettore e il canonico don Innocenzo Floridi.
Visita il battistero, posto quasi all’esterno della chiesa – ossia sulla porta laterale destra – ed essendo questo luogo molto esposto e angusto così che in esso non si possono conservare né gli Oli santi né i registri battesimali, osserva che la vecchia chiesa costruita a sinistra della cattedrale e dedicata a San Giovanni già era adibita, secondo l’antica consuetudine – che mantengono la Chiesa Lateranense, Fiorentina e Pisana e altre più celebri -, per conferire il sacramento del Battesimo. Tuttavia, poiché, stando alla testimonianza di Gregorio di Tours, fu decretato dopo il battesimo di Clodoveo che i fonti battesimali si costruissero nella parte sinistra della chiesa, il vescovo ordina di annotare il lavoro e le spese necessarie – come anche i mezzi – per realizzare e trasferire lo stesso fonte o a sinistra della chiesa o nell’antica chiesa di San Giovanni o almeno in una piccola cappella che si potrebbe costruire nell’orto della chiesa, la cui porta è nello stesso luogo dove attualmente si trova il fonte.
Visita gli Oli santi che si conservano in un’edicoletta a cornu Evangelii dell’altare maggiore e ordina che la stessa, essendo del tutto spoglia, sia decorata in maniera decente sia internamente sia esternamente o almeno che si dipinga e su di essa si scriva a chiare lettere: Olea sacra. Comanda poi di rinnovare le cordicelle di seta più lunghe, di colore viola, alla borsa da appendere al collo del sacerdote quando porta l’Olio santo agli infermi.
Esamina poi le sacre reliquie conservate sull’altare loro dedicato e custodite onorevolmente nei reliquiari d’argento, di legno e di oricalco, tra le quali spiccano il legno della Croce in una croce d’argento e le reliquie dei santi patroni Marciano e Giovanni in un’urna d’argento e la testa di san Fiorenzo martire in una teca anche d’argento. Incensatele, ordina che l’originale della tabella delle reliquie che si conserva in sagrestia si custodisca nell’archivio della chiesa a perpetua memoria, mentre al suo posto si affigga una copia.
Il 26 settembre, la visita prosegue dall’altare maggiore costituito da un’urna marmorea – nella quale, secondo la testimonianza del cardinal Baronio nel Martirologio, sotto la data del 16 settembre, riposano i gloriosi corpi dei santi martiri Marciano e Giovanni – e da una pietra posta sopra e tutta unta dagli Oli santi. Vi si canta la messa conventuale, con l’applicazione del sacrificio per il Collegio, per obbligazione del Capitolo e il rettore del canonicato eretto dal vescovo Gozzadini è tenuto a celebrare messa, a settimane alterne, ogni giorno doppio o semidoppio, con l’anniversario nel giorno della morte del medesimo vescovo. Monsignor Tenderini chiede all’attuale rettore, il canonico don Pietro Corradi, di informalo dell’adempimento. Dinanzi al detto altare, arde sempre una lampada a spese della chiesa.
L’altare dei santi martiri Marciano e Giovanni o delle Reliquie è di diritto della chiesa, non ha una rendita fissa, ma si mantiene attraverso le elemosine che sono amministrate dal depositario deputato dal vescovo, che attualmente è Filippo Midossi al quale, si domanda di rendere conto. C’è un legato di due messe al mese per Domenico Lucarelli, celebrato dai canonici, ai quali, allo stesso modo, si chiede conto dell’adempimento. Anche davanti questo altare arde di continuo una lampada a spese della chiesa per la venerazione delle sacre reliquie. Manca di conopeo che il vescovo ordina di realizzare quanto prima. Per il resto risulta a norma.
L’altare del Santissimo Crocifisso, già di Santa Barbara, è di diritto della chiesa. Vi è eretto un beneficio sotto il titolo di San Liberato, con l’onere di una messa ogni lunedì. C’è anche un altro beneficio sotto il titolo di Sant’Angelo, con l’onere di due messe al mese, il cui rettore è don Tranquillo Curiola. Al posto del suddetto Curiola, celebra don Stefano Bernabei, al quale si ingiunge di informare dell’adempimento. Su questo altare si deve celebrare due volte al mese, di giovedì, la messa della Croce o della Passione, alternativamente da parte del rettore del canonicato del vescovo Gozzadini – purché il giorno non sia impedito da un ufficio doppio o semidoppio. Si chiedono informazioni in merito al rettore. In quanto alla struttura, si comanda di provvedere al conopeo e alla tela cerata e stragola per coprire la mensa alla fine delle messe.
L’altare del Santissimo Rosario fu decorato, insieme alla cappella da Cosmo Pepe che, nel suo testamento, dispose diversi lasciti e istituì un legato annuo per la dote di una ragazza, come risulta anche dalla seconda visita del vescovo Sillani del 1691, il quale ordinò di provare i diritti contro i possessori dei beni del suddetto testatore. Tuttavia, poiché è in corso una lite tra gli officiali della Fabbrica e Filippo Paglia nella Rota Romana sulla validità del detto testamento, il vescovo chiede di sapere lo stato e i meriti della causa a effetto di provvedere come di diritto. L’altare è di diritto della confraternita del Santissimo Rosario, aggregata all’arciconfraternita di Santa Maria sopra Minerva di Roma e privilegiato per i defunti per concessione di Gregorio XIII, Clemente X e Innocenzo XI, come risulta dalla lapide a cornu Epistolae. Tre volte a settimana si recita il rosario con le litanie della Beata Vergine – ossia in tutti i giorni festivi se occorrano, altrimenti, almeno nei giorni di domenica, mercoledì e sabato. Il rettore perpetuo della confraternita è l’arciprete pro tempore della chiesa. I beni del sodalizio sono amministrati da un depositario al quale si chiede ragione dell’amministrazione. Quando non si recita il rosario di sabato, i canonici, dopo il Mattutino, cantano le litanie della Beata Vergine dinanzi al detto altare. Ogni prima domenica del mese, dopo i vespri, si fa la processione da parte del Capitolo per la piazza della chiesa, e, in tale occasione, si trasportano il mantello e il velo della Vergine, il pallio di san Giuseppe e le vesti dei santi Cosma e Damiano che si conservano in un reliquiario di rame dorato. La prima domenica di ottobre si celebra la festa del Santissimo Rosario e, prima della messa solenne, si fa la processione attorno alla piazza maggiore della Città, con l’intervento del Capitolo e il trasporto delle suddette reliquie, alla conclusione della quale si recitano le litanie, poi l’ebdomadario canta la messa e, prima dei vespri, si recita tutto il rosario con le litanie. L’altare è rifornito di cera, olio per la lampada e sacre suppellettili dalla stessa confraternita; ispezionatolo, il vescovo ordina di coprirlo con tela cerata e stragola di provvedere a sei vasetti coi loro fiori. La medesima confraternita è tenuta a far celebrare ogni anno due messe alla settimana nei giorni di lunedì e sabato per l’anima di Eufemia Mariuzza, due al mese per Angelo Papaleoni, dodici all’anno per Lucia Biliena, sei per Maria Bonifazi, due ogni mese per Virginia Chiochia, venti per l’anima di Francesca Anastasi Pupi, quindici per Marco Antonio Moriconi, dodici per Francesco Signorile, un anniversario nell’ottava di Ognissanti per l’anima di Mariuzza e dei suoi parenti, un altro nel mese di maggio per Maria Fabrani, un altro nel mese di luglio per Maria Cicala e quattro per i confratelli e consorelle e benefattori defunti – ossia uno dopo la festa della Purificazione, un altro dopo l’Annunciazione, il terzo dopo l’Assunzione e il quarto dopo la Natività della Beatissima Vergine Maria – e un altro per i medesimi con le esequie e la recita del santissimo rosario nell’ottava di Ognissanti. Sulpicia Veronica, vedova di Giovanni Battista Guglielmi, con suo testamento del 3 giugno 1707 per gli atti del notaio Giulio Ridolfi, lasciò alla confraternita 100 scudi da corrispondersi da parte degli eredi entro un anno, con l’onere di far celebrare quindici messe all’anno – delle quali tre nel giorno della sua morte – ma, non essendo ancora stata corrisposta tale cifra né investita come disposto, monsignor Tenderini ordina che gli officiali facciano istanza presso Filippo Paglia, figlio ed erede, per l’adempimento. Sul predetto altare è eretto anche un beneficio fondato da Giovanni Battista Sterpatori, che dall’anno 1627 fu eretto in canonicato di patronato del vescovo e del Capitolo, con la condizione che il canonico, quando è tenuto a cantare la messa conventuale, non sia tenuto a celebrare la messa del detto beneficio. Gli oneri sono incisi nel marmo presso la detta cappella, a cornu Evangelii, e nel testamento rogato dal notaio Antonio Fantibassi, il 3 maggio 1599, per cui il rettore è tenuto a celebrare ogni settimana tre messe – ossia il lunedì dei Defunti, il venerdì della Passione del Signore, e il sabato della Beata Vergine -, come anche a solennizzare la festa della Natività della Beata Vergine e a far celebrare in detto giorno tutte le messe dai capitolari, con tre anniversari dopo il detto giorno di festa – ossia uno per l’anima dello stesso fondatore, un altro per l’anima del padre e il terzo per l’anima della madre. Il 13 agosto 1715, il canonico Cimati, possessore del canonicato, per rescritto della Congregazione del Concilio, ottenne la riduzione delle messe alla ragione dell’elemosina manuale ma l’arciprete don Nicola Ettore, suo successore, il 5 settembre 1716 riportò la tassazione delle messe a quanto stabilito del vescovo Blasi. Il moderno rettore, il canonico don Andrea Petrangola, recuperò il censo assegnato l’8 giugno 1718, per cui bisogna adempiere i precedenti oneri, per cui il vescovo dispone di informarlo dell’adempimento. Ci sono anche due benefici eretti per disposizione di Gian Domenico Buccioli il 17 agosto 1629, da conferire a uno dei parenti più prossimi del fondatore – se esistenti – o ai soggetti designati dall’ordinario, con l’onere, nella fondazione, di quattro messe a settimana per ogni beneficiato. Uno dei due benefici è posseduto da don Felice Forlani che, per decreto della Congregazione del Concilio, ottenne la riduzione a due messe la settimana, il 6 maggio 1693; l’altro beneficio è posseduto dal canonico don Gian Francesco Cerroni, i cui oneri, per decreto della medesima Congregazione furono fissati a una messa alla settimana e altre due ogni mese e una nel giorno della Visitazione della Beata Vergine Maria, finché si accrescano i frutti dello stesso. C’è un altro beneficio eretto per disposizione di Maria Fogliasca, di patronato del vescovo e dell’arciprete, con l’onere di cinque messe ogni mese, vacante per la morte di don Filippo Cascari e per deterioramento dello stato. Il vescovo prescrive di informarsi circa lo stato del beneficio a effetto di provvedere e ammonire gli interessati. Un altro beneficio fu istituito da Lavinia Pacifici, ora di patronato della famiglia Cascari, con l’onere di due messe la settimana, a eccezione delle settimane di Natale e Pasqua, similmente vacante per la morte di don Gregorio Paradisi. C’è un altro beneficio istituito da Marco Antonio Moriconi, di patronato della famiglia Curiola, con l’onere di tre messe la settimana e l’assistenza in coro nei giorni festivi, il cui rettore è don Alessandro Curiola, parroco di Calcata. Un altro beneficio fu istituito da Cosma Pepe, il 26 aprile 1692, con l’onere di cinque messe la settimana e di assistere in coro nei giorni di festa. Il rettore è il canonico don Innocenzo Floridi. Oltre ai suddetti benefici, ci sono anche i seguenti legati perpetui: un legato per Maddalena Pizzichelli di una messa la settimana per obbligazione del curato di San Gregorio Taumaturgo, con altre sette messe all’anno votive di Santa Maria Maddalena e una di Santa Dignamerita; uno per Lavinia Semidea Anselini di venti messe all’anno, già adempiuto da don Giovanni Battista Anselini e ora dai suoi eredi; un altro per Artemisia Sacchi di una messa cantata da parte del Capitolo nel giorno della morte, il 17 aprile, la cui elemosina, al presente, corrisponde l’erede Giuseppe Sacchi; un altro ancora per Nicola Pelletroni di quattro messe al mese, l’onere delle quali è a carico della cattedrale in quanto legataria; un legato per Nicola Doni di dodici messe all’anno e un anniversario nel giorno della morte, nel mese di novembre, per obbligazione dell’erede attuale Angelo Antonio Pupi; uno per l’arciprete don Felice Pupi, che, su una casa, lasciò agli arcipreti successori l’onere di tre messe ogni mese e di un anniversario nel giorno della morte, il 12 settembre, con una messa cantata e otto lette e, su di un orto e altri beni, impose l’onere di tre messe da celebrarsi nella Settimana Santa, come per testamento rogato per gli atti del notaio Giovanni Battista Pechinoli, il 10 settembre 1676. Nel registro dei Morti della cattedrale che incomincia dall’anno 1692, a folio 194, essendo arciprete don Giuseppe Rutili, si legge che fosse agitata una lite tra Francesco Antonio Marinelli e il medesimo arciprete e che la stessa fosse composta solo vita natural durante dello suddetto, senza pregiudizio dei successori, con il rilascio di parte della casa e dell’orto per degli asserti crediti dello stesso Marinelli, come per rogito del notaio Antimo Pelletroni del 30 maggio 1682. In seguito, il Marinelli ottenne i beni degli altri detentori, come per istrumento rogato dal notaio Simeone Pambianchi il 3 aprile 1690. Il vescovo intima all’attuale arciprete di indagare al fine di provvedere. C’è anche un legato per Marco Antonio Oliveri di venti messe all’anno da adempiersi per mezzo degli eredi e che al momento sono celebrate dal canonico don Germano Germani. Il rettore del canonicato del vescovo Gozzadini è tenuto a celebrare a settimane altere, il lunedì la messa dei Defunti e il sabato quella della Beata Vergine Maria – purché i giorni suddetti non siano impediti da feste doppie o semidoppie – e a far cantare un anniversario dai canonici, pagando l’elemosina di 1 scudo. Allo stesso modo, per obbligazione della già cappella di San Nicola, ora Sagrestia della chiesa, si celebra ogni giorno di festa di precetto e nelle domeniche, rispettivamente dopo la messa cantata o dopo la predica. C’è anche un legato per Angela Aureli di cinque messe all’anno per obbligazione della confraternita. Il vescovo ordina a tutti i beneficiati, legatari e eredi di informarlo dell’adempimento e di esibire le note dei beni.
Sull’altare dell’Epifania è eretto un canonicato posseduto da don Alberto Sacchi. Gli oneri sono ridotti a tre mese ogni settimana a eccezione della settimana nella quale il canonico è tenuto a cantare la messa conventuale a turno, e a due anniversari dopo la festa dell’Epifania, per decreto della Congregazione del Concilio, riferito nelle visite di Aleotti e Blasi. Esaminato l’altare, monsignor Tenderini ordina di provvederlo di conopeo, come anche di tela cerata e stragola, di un nuovo paliotto di seta o simile di diversi colori, almeno di corame, di due tovagliette e di un nuovo gradino di legno o della predella e di dipingere la croce sul fronte entro un mese.
L’altare di San Girolamo è di diritto del conte Francesco Maria Petroni e vi è eretto un beneficio che possiede il canonico don Antonio Samirima, con l’onere di tre messe ogni settimana, delle quali una dev’essere celebrata il martedì, le altre a piacere. Inoltre, il rettore è tenuto a far cantare la messa e i vespri nella festa del santo titolare, con altre quattro messe lette, e, dopo la detta festa, fare un anniversario per i defunti con l’intervento del Capitolo. In quanto alla struttura, si comanda di restaurare la finestra sull’altare, di provvedere al conopeo almeno di corame, a una base più decente per i candelabri, come anche a candelabri di oricalco e a vasetti con rami di fiori e a un nuovo paliotto di seta o simile di diversi colori e alla tela cerata per coprire la pietra scara e alla tela stragola per coprire le tovaglie dell’altare alla fine della messa e alla tela per coprire la finestra entro un mese.
L’altare di Sant’Antonio è di diritto della famiglia Anastasi e vi è eretto un beneficio di patronato della stessa famiglia. L’attuale rettore è il chierico Antimo Masci che ha l’onere di due messe alla settimana – ossia il lunedì e giovedì dello Spirito Santo – come anche di una messa cantata coi vespri e tre messe lette nella festa del santo titolare e di un anniversario con messa, primi e secondi vespri, per i defunti nel giorno seguente. Inoltre, spetta al rettore fornire l’altare dei paramenti – anche sacerdotali – per la celebrazione delle messe, come sembra risulti dall’istrumento di fondazione, rogato dal notaio Angelo Pelletroni, il 15 settembre 1572. Essendo l’altare quasi spoglio, il vescovo intima di provvederlo di tutte le cose necessarie – ossia conopeo, tovaglie, tela cerata e stragola, paliotto di diversi colori, candelabri decenti coi vasetti dei fiori, tabelle dei Secreta, Lavabo e In principio. A tal fine, già i vescovi Aleotti e Blasi ordinarono di porre sotto sequestro le rendite del beneficio, come anche di restaurare le case esistenti nel territorio di Rignano, spettanti allo stesso Beneficio. Monsignor Tenderini conferma i decreti dei vescovi predecessori e comanda di provvedere all’esecuzione entro un mese, come anche di esibire lo stato o inventario dei beni e di informarlo, per mezzo del suddetto beneficiato, dell’adempimento delle messe e degli altri oneri.
Sull’altare del Santissimo Sacramento è eretta la confraternita omonima, aggregata alla venerabile arciconfraternita di San Pietro di Roma. I confratelli, vestiti di vesti rosse, partecipano alle pubbliche processioni e nell’accompagnamento dei cadaveri dei defunti. I beni della medesima sono amministrati dai suoi officiali ai quali si chiede conto della loro gestione. Il sodalizio è tenuto a mantenere l’altare di tutte le suppellettili e della cera e dell’olio per le lampade e, nelle processioni del Corpo di Cristo, somministra le torce al Capitolo, al clero secolare e regolare e al Magistrato, come anche le candele alle donne. Nei vespri della vigilia del Corpo di Cristo e per tutta l’ottava compresa, provvede di cera tanto l’altare maggiore quanto l’altare del Santissimo e gli altri della chiesa cattedrale, sia per l’adorazione eucaristica sia per la celebrazione delle messe e dei divini uffici, e somministra anche l’incenso per l’incensazione del Santissimo. Ogni terza domenica del mese, poi, la confraternita è tenuta a fornire la cera per la messa cantata sull’altare maggiore e per le messe lette sugli altri altri, come anche le torce al Capitolo e al Clero nella processione del Santissimo che si fa sulla piazza della cattedrale. La Settimana Santa, prepara il sepolcro e offre i ceri al Capitolo e al Clero nelle processioni del giovedì e venerdì santo. Nella processione che precede i primi vespri dei santi protettori e nell’ottava, dodici confratelli con le torce, devono accompagnare le sacre reliquie, così come nella festa dei santi Gratiliano e Felicissima. Nella processione solenne degli stessi santi patroni che si fa al mattino, dopo la messa cantata, la confraternita interviene e fornisce le torce ai suddetti Capitolo, clero secolare e regolare e al Magistrato. Anche nella processione che si fa la domenica di Quinquagesima dopo la messa cantata e nella domenica delle Palme dopo i vespri, si somministrano le torce al Clero secolare e regolare. Ogni sei anni, poi la confraternita organizza l’adorazione eucaristica per la preghiera delle Quarantore. Tutte le volte che si porta il viatico agli infermi di qualsiasi parrocchia, si offre l’ombrello, il campanello e le sei torce portate da altrettanti confratelli vestiti con l’abito proprio. La stessa confraternita ha inoltre l’onere di far celebrare quattro anniversari per l’anima di Girolama Iannoni a giugno, un anniversario per Lucia Iannoni a maggio, uno per Marco Antonio Moriconi, un altro dopo la festa del Corpus Domini e un altro ancora nell’ottava di Ognissanti per i confratelli e le consorelle defunti, uno per l’anima di Giuseppe Vico, dodici messe all’anno per il medesimo, cinque all’anno per suddetto Moriconi, dodici per Francesca Pioli, una per Marco Antonio Anselini, sei all’anno per Maria Bonifaci, quindici per Damiano Paglia, dieci per Anna Bianchini Pambianchi e suoi parenti, sullo stesso altare – ossia tre nel giorno della morte della medesima il primo febbraio e sette durante l’anno, come per testamento rogato dal notaio Giulio Ridolfi il 16 gennaio 1703 -, nove all’anno per Santoro Lucarelli, come per istrumento di dotazione rogato da Paolo Leoni, notaio di Canepina, il 24 agosto 1667. Agata Cennami, il 9 febbraio 1696, legò un credito di 25 scudi a lei dovuti da Ippolito Magnani, con l’onere di tre messe all’anno, ma, essendo l’eredità gravata da altri debiti, il vescovo ordina che anche la confraternita dimostri i suoi diritti. Dalla prima istituzione, la confraternita faceva celebrare una messa il venerdì, la quale, per decreto del vescovo Altini, per comodità del Popolo e della chiesa fu trasferita alla domenica. Per devozione, si celebra in tutte le feste di precetto, dopo la recita dell’Ufficio della Beata Vergine Maria, che i confratelli fanno nel vicino oratorio. Ispezionato l’altare, il vescovo osserva non essere decente che il Santissimo Sacramento si conservi nell’ultimo luogo della chiesa e sulla sinistra, per cui decreta che, con l’aiuto di Dio, si trasferisca a destra e nella cappella della Madonna del Suffragio, con gli oneri delle messe. Nel frattempo, ordina di provvedere l’altare di tela cerata e stragola per coprirlo alla fine delle messe, e di un vaso, almeno di oricalco, coperto, per lavarsi le dita per la comunione dei fedeli. Sul medesimo altare è eretto un beneficio di patronato degli eredi di Lucia Iannoni, con l’onere di tre messe alla settimana, il cui rettore è don Bartolomeo Gai, romano, al quale si intima di esibire l’inventario dei beni e di informare dell’adempimento entro un mese e di avvertire per mezzo del suo agente Giulio Ridolfi. La buona memoria di Gaio Filippo Pupi eresse questa cappella e la dotò di 25 scudi annui da corrispondere dai suoi beni, con l’onere, per il cappellano, di celebrare 250 messe all’anno e la riserva del patronato.
Mercoledì 27 settembre 1719, il vescovo, accompagnato dai convisitatori, si reca nuovamente nella cattedrale e prosegue la visita partendo dall’altare del Santissimo Salvatore. La cappella è di diritto della chiesa, l’altare invece fu costruito con le elemosine dell’Università dell’Agricoltura, che ha la cura dello stesso e somministra anche la cera all’altare maggiore nelle feste dell’Assunzione della Beata Vergine Maria e per l’esposizione e la processione dell’immagine del Santissimo Salvatore nella vigilia della medesima festa per mezzo del suo depositario, al quale si comanda di provvedere alla tela cerata e stragola e di render conto delle collette in custodia agli Agricoltori e delle questue, essendo che la detta Università non possiede beni propri. Sul medesimo altare, sono eretti: un beneficio per disposizione di Domenico Mazzocchi con l’onere di tre messe alla settimana – ossia una la domenica e le altre due a piacere, tanto rispetto al giorno e all’altare quanto al luogo. L’attuale rettore è don Giulio Mazzocchi che è tenuto a celebrare le suddette due messe nei giorni assegnati – ossia di mercoledì la votiva di Santa Maria e di venerdì della Passione o per i Defunti, con la facoltà, tuttavia, di permutarle con un altro giorno la messa e l’altare, ad eccezione della messa domenicale; un beneficio per disposizione di Graziosa Galla e di Giuseppe Morelli, con l’onere di tre messe alla settimana, eretto il 14 novembre 1678, il cui rettore è il chierico Paolo Spatera, nominato da Paolo Sodrini Morelli; un beneficio istituito da Giuseppe Vico, con l’onere di una messa ogni settimana, retto da don Clemente Giovannoli; un beneficio sotto il titolo di San Giacomo di libera collazione, con l’onere di trenta messe all’anno, posseduto da don Tranquillo Curiola; un legato di trenta messe all’anno, di patronato di Giulio Ridolfi, lasciato da don Antonio Ridolfi, con la dote di un censo di 50 scudi; un legato per Serafina Giovannoli Morelli, con l’onere di una messa al mese a piacere, i cui eredi, dopo la morte di Giovanni Battista Morelli, erano tenuti a corrispondere al Capitolo 25 scudi da investire per fondamento del detto legato, come dalla visita del vescovo Aleotti; un legato di Gioacchino Morelli di 50 scudi da investire da parte di Battista Fantibassi, sua moglie, con l’onere di tante messe in ragione delle rendite, come per testamento rogato da Antonio Buttarelli il 23 giugno 1684, il cui rettore è il canonico Antonisi; un legato per Francesca Veterani, con la dote di 100 scudi lasciati, con l’onere di tante messe in ragione dei frutti del censo a carico di Silverio Boccapesce. Sul medesimo altare, il rettore del canonicato Gozzadini ha l’onere di celebrare a settimane alterne, i giorni di martedì, mercoledì e giovedì, purché non impediti da feste doppie o semidoppie. Il vescovo ordina a tutti i rettori, cappellani e legatari di informarlo degli adempimenti e di esibire la nota dei beni.
L’altare del Santissimo Suffragio è di diritto della chiesa. Vi è eretto un beneficio, istituito da Annibale Fantibassi, sotto l’invocazione della Natività del Signore, con l’onere di tre messe ogni settimana, come anche di trenta messe gregoriane all’anno, di due anniversari a gennaio e di frequentare il servizio del Coro. Il suddetto legato è privo di rettore da molti anni perché i patroni suppongono che sia stato ottenuto un indulto per la riduzione delle messe e esibito al vescovo Sillani, ma, non constatandone l’esecuzione, monsignor Tenderini assegna ai patroni il termine di un mese per esibire l’inventario dei beni e informarlo di tale indulto, avendo già ordinato all’economo di apporre l’intimazione. C’è un altro beneficio eretto da Angela Papaleoni, di patronato della famiglia di Marciano Toti, con l’onere di sei mese al mese, il cui rettore è il chierico Marco Buttarelli. C’è anche un legato per Damiano Paglia, con l’onere di tante messe alla ragione dei frutti dei beni del legato alla ragione di 2 giuli a messa, come dall’atto di erezione del 10 marzo 1692, il cui rettore è don Ortensio Paglia. È presente un altro legato per Lucrezia Germani, con la dote di un censo di 50 scudi e l’onere di due mese al mese, ma, non trovandosi annotato nelle due ultime visite del vescovo Blasi, si ingiunge di citare gli eredi per stabilire quanto di diritto. Ispezionato l’altare, il vescovo ordina di provvederlo di sei candelabri con croce, tabelle dei Secreta, un paliotto almeno di corame di diversi colori, predella, tela cerata e stragola, come anche di dipingere la base dei candelabri e di informarlo degli adempimenti per mezzo dei cappellani, rettori e legatari e del chierico Buttarelli e di esibire gli stati o gli inventari dei beni entro un mese.
L’altare di Ognissanti era di diritto della famiglia Toti, poi passato a Prospero Nuñez, romano, che vi faceva celebrare tre volte alla settimana per devozione, mentre ora non si celebra più e tutto l’altare, un tempo prezioso, oggi è squallido, tanto nelle sacre suppellettili, quanto nelle tavole dipinte di gran valore, che necessitano di riparazione. Per tale motivo, il vescovo prescrive al canonico Corradi, già cappellano dei Toti, di far presente al Nuñez lo stato della cappella e dell’altare onde provvedere.
Sull’altare di San Giovanni Evangelista, di diritto degli Andosilla, già dei Petroni, sono eretti: un beneficio sotto l’invocazione dello stesso santo titolare, con l’onere di tre messa la settimana e di celebrare la festa del medesimo santo a dicembre, come per disposizione di Anna Maria Petroni Andosilla, per testamento rogato dal notaio Giulio Ridolfi, il cui rettore è don Felice Forlani; due canonicati di patronato degli eredi di Giulia di Cesare Petroni senior, con la dote di 50 scudi all’anno da corrispondere per mezzo degli eredi, come per testamento rogato dal notaio Antonio Fortunati, con l’onere di fare due uffici solenni, uno il 6 maggio, festa di San Giovanni a Porta Latina, e l’altro per i Defunti nell’ottava dei Defunti, con l’intervento del Capitolo e con la messa cantata e tante messe lette. Uno dei due canonicati è posseduto da don Germano Germani e l’altro, ultimamente, è stato richiesto alla Santa Sede dal chierico Mario Ciotti. Ispezionato l’altare, il vescovo ordina di restaurare la mensa nei punti danneggiati e di provvedere a nuove tabelle dei Secreta e alla tela cerata e stragola.
La chiesa sotterranea di San Gratiliano, sostenuta da più colonne di marmo, mostra l’antichità del tempio. In essa c’è un unico altare con l’immagine di san Gratiliano dipinta sulla parete, la cui festa è lì celebrata dal Capitolo con una messa cantata, coi primi e secondi vespri, il 12 agosto, nel qual giorno, come testimonia il cardinale Baronio nel Martirologio, le reliquie furono traslate dalla chiesa di Faleri alla cattedrale nell’anno del Signore 1400, sotto il papa Bonifacio IX (come si leggeva in un’antichissima tabella delle indulgenze e riposta, come si crede, nell’altare maggiore, coi corpi dei santi Marciano e Giovanni). Monsignor Tenderini comanda di ripulire il luogo dall’immondizia, di levigare e imbiancare le ruvide pareti, di munire le finestre di vetri, di coprire l’altare – che si addobba solo nella festa – con la tela cerata e di restaurare i punti danneggiati.
In quanto al coro, si prescrive di restaurare il leggio e i libri, graduale, antifonario e salterio.
Come nelle prime chiese, ci sono due pulpiti di marmo, che si chiamano amboni. Uno presso il presbiterio, a cornu Epistolae, dove il suddiacono canta l’epistola nelle messe solenni pontificali, l’altro in mezzo alla chiesa, a cornu Evangelii, lavorato a mosaico, dove, nelle dette messe, si canta il vangelo e si fanno le prediche, entrambi trovati a norma, ma che si raccomanda di custodire diligentemente.
Anche l’organo, posto nel luogo opposto ai cantori, è decentemente ornato.
Riguardo ai confessionali, è necessario rinnovarne due oltremodo vetusti, danneggiati e quasi cadenti, e porre su tutti la bolla In coena Domini, i casi riservati e le sacre immagini.
Si deve munire di un peso la porta del campanile, che più di una volta si apre con una ruota, in modo da aprirsi e chiudersi da sola.
Il vescovo ordina poi di fissare al muro presso la terza colonna, con un cerchio di ferro, l’acquasantiera maggiore di marmo, costruita in forma elegante.
Il sacrario è sito nel vicino oratorio di San Giovanni. Monsignor Tenderini dispone di pulirlo dalle tele dei ragni, di bruciare gli scampoli lì esistenti, di buttare la cenere dei medesimi nello stesso sacrario da restaurare nelle parti necessarie e da imbiancare internamente.
Il pavimento, nel mezzo, è mosaicato e realizzato con tasselli congiunti dove non si trova nessuna sepoltura e si vieta assolutamente di fare. Ai lati invece, il vescovo comanda di restaurare, per mezzo degli interessati, le lapidi sepolcrali rotte, entro tre mesi.
Bisogna ripulire internamente e anche esternamente il tetto per respingere l’acqua piovana.
In quanto al corpo della chiesa, si prescrive di spianare i muri con la calce nelle parti necessarie e particolarmente nelle paraste o pilastri presso il campanile e il vaso dell’acqua benedetta e di imbiancarli entro un mese.
Le porte risultano ben munite e a norma.
All’esterno della chiesa, sulla sommità del portico – retto da colonne di marmo decorate a mosaico sin dall’anno 1210, come dall’iscrizione che riferisce l’anno e i nomi delle maestranze – il vescovo ordina apporre una croce di ferro e di ricoprire con le pietre lo spazio attorno ai muri a causa del ristagno dell’acqua piovana, particolarmente dalla parte dell’episcopio e della sagrestia.
Il 30 settembre 1719, monsignor Tenderini visita la sagrestia dove ingiunge di redigere l’inventario delle sacre suppellettili e di confezionare due tunicelle di colore rosso, una cotta per il sacrista minore e due per i chierici inservienti, due albe feriali, sei manutergi e di comprare quattro messali per le messe dei Defunti. Intima anche di rinnovare l’armadio per conservare le sacre suppellettili e particolarmente i vasi sacri, la croce processionale e il pastorale, le lampade e i candelabri d’argento, da utilizzare pure per i paramenti dell’altare. Si raccomanda poi di far realizzare un armadio nel luogo dove si lavano le mani per l’archivio, essendone la chiesa priva e sprovvista. Bisogna stilare nuovamente le tabelle delle Messe e fare un nuovo registro apposito.
La chiesa cattedrale possiede beni stabili, censi, canoni e luoghi dei monti, i frutti dei quali servono per la manutenzione della fabbrica, della sagrestia e delle suppellettili, come anche per corrispondere le provvigioni all’organista, al maestro di canto, al sollevatore dei mantici, al sacrista minore e ai chierici inservienti. I predetti beni sono amministrati da due canonici camerleghi deputati annualmente dal Capitolo, con la licenza e l’approvazione del vescovo, che ordina di esibire i registri di amministrazione onde provvedere.
Il 2 ottobre, monsignor Tenderini passa in rivista il Capitolo. È formato da un arciprete, prima ed unica dignità, e da tredici canonici, dei quali otto sono detti di prima erezione e ognuno di loro ha una prebenda distinta. Un tempo, all’arcipresbiterato era annessa la cura attuale delle anime con l’onere dell’applicazione del Sacrificio per il Popolo nelle domeniche e nelle feste di precetto, la qual cura, fu eretta in vicaria perpetua dal vescovo Blasi nella sua terza visita. L’arciprete canta nelle celebrazioni più solenni, essendo assente o impedito il vescovo. I capitolari sono tenuto a turno, ad eccezione dell’ebdomadario, a celebrare o a far celebrare la messa dell’aurora per comodo del Popolo e senza applicazione del Sacrificio. Similmente, per obbligazione della sagrestia, dopo la messa cantata nelle domeniche e nelle feste di precetto e dopo la predica nei periodi di Avvento e Quaresima, celebrano o fanno celebrare una messa letta sempre per comodità del Popolo e con l’applicazione del Sacrificio per l’anima di Nicola da Somma. Nei giorni feriali, conclusa la messa conventuale, celebrano o a fanno celebrare una messa letta per lo stesso motivo. Inoltre, i suddetti arciprete e canonici hanno l’onere di recitare quotidianamente le ore canoniche in coro e di cantare la messa conventuale a turno, con l’applicazione del Sacrificio per il Collegio, e poiché ad istanza del vescovo Sillani, la Congregazione del Concilio decretò che fosse necessario annotare i canonici negligenti e il vescovo Aleotti, nella sua prima visita, il 15 maggio 1699, con l’assenso e il consenso dei canonici stabilì che le puntature fossero tassate, per tale motivo, monsignor Tenderini conferma quanto stabilito dai suoi predecessori, ordinandone l’osservanza, e per il resto dell’anno corrente e per il prossimo, elegge come puntatore il canonico don Andrea Petrangola, mentre i canonici eleggono il canonico don Alberto Sacchi, obbligando la loro coscienza nel fedele esercizio della funzione. Fatto ciò, il vescovo raccomanda al medesimo arciprete e ai canonici la devozione nella recita del Divino Ufficio, l’esercizio della buona morte, della dottrina cristiana e della conferenza spirituale, fissata al giovedì, come anche della conferenza dei casi di coscienza e della celebrazione delle messe, tenuto conto dell’intervallo di tempo, per comodo del Popolo.
Il Capitolo è composto da:
Don Nicola Ettore, di 33 anni, arciprete da 2;
Don Antonio Samirima, di 68 anni, canonico da 27;
Don Giacomo Ludovico Paradisi, di 69 anni, canonico da 43;
Don Germano Germani, di 60 anni, canonico da 26 ;
Don Pietro Corradi, di 60 anni, canonico da 22;
Don Romolo Cochi, di 37 anni, canonico da 12;
Don Giuseppe Antonisi, di 32 anni, canonico da 4;
Don Giuseppe Cimati, di 47 anni, canonico da 11;
Don Innocenzo Floridi, di 39 anni, canonico da 2;
Don Alberto Sacchi, di 43 anni, canonico da 11;
Don Giovanni Francesco Cerroni, di 31 anni, nominato in questo stesso giorno;
Don Andrea Petrangola, suddiacono, di 23 anni, canonico da 2;
Mario Ciotti, chierico di anni 16, provvisto dalla Dataria da cinque mesi;
Il canonicato Papaleoni vaca.
La vicaria curata vaca per la promozione del canonico Cerroni.
Costruito l’archivio, il vescovo ordina di custodirvi i vecchi registri, conservando, invece, quelli correnti in una delle piccole cassette nelle quali al momento si conservano le scritture e di non tenerli a casa del vicario affinché non si perdano.
Convocati gli altri membri del Clero, monsignor Tenderini raccomanda innanzitutto ai parroci, poi agli altri, l’esercizio della dottrina cristiana – almeno di domenica -, l’onestà di vita e di costumi e che, tanto i sacerdoti quanto i chierici partecipino al coro nella cattedrale nelle feste di precetto, recitino il rosario e l’esercizio della buona morte e frequentino i sacramenti, sotto pena per i primi di non essere promossi ai benefici e per i secondi agli ulteriori Ordini.
I parroci e gli altri del Clero sono:
Don Giovanni Antonio Scotini, parroco porzionario di San Gregorio di Corte, di 37 anni, curato da 7. L’altra porzione vaca;
Don Clemente Giovannoli, parroco di San Benedetto, di 42 anni, curato da 6;
Don Stefano Bernabei, parroco di San Gregorio Taumaturgo, di 32 anni, curato da 5;
Don Giulio Mazzocchi, parroco di San Clemente, di 57 anni, curato da 2;
Don Ortensio Guglielmi Paglia, di 69 anni, sacerdote da 26;
Don Marciano Corradini, di 30 anni, sacerdote da 3;
Don Antonio Belloni, di 23 anni, diacono da 4, sacrista;
Don Antonio Primavera, di 25 anni, diacono da 3;
Domenico Cherubini, accolito, di 25 anni;
Gian Pietro Massi, accolito, di 23 anni;
Giacomo Santolone, di 26 anni;
Marciano Posi, accolito, di 21 anni;
Sebastiano Pechinoli, di 42 anni, chierico di prima tonsura;
Girolamo Cimati, di 21 anni, chierico di prima tonsura;
Crispiniano Midossi, di 17 anni, chierico di prima tonsura;
Mariano Belloni, di 17 anni, chierico di prima tonsura;
Giuseppe Ciotti di 17 anni, chierico di prima tonsura;
Paolo Bartoletti, di 18 anni, chierico di prima tonsura;
Filippo Moriconi, inserviente della chiesa da 6 anni, di 15 anni.
La cura della chiesa cattedrale consta di 431 anime di comunione, 284 non comunicanti, per un totale di 715 individui.