CHIESA
Chiesa della Madonna del Parto
La sera del 14 novembre 1720 il vescovo si reca alla chiesa della Madonna del Parto, fuori dall’abitato, edificata con le elemosine dei fedeli. Possiede soltanto una casa nel rione Corsica, lasciatale da Giacomo Giorgini e un censo di 50 scudi; per il resto si mantiene con le questue che raccolgono i confratelli della confraternita laicale lì eretta, ai quali si chiede di render conto della loro amministrazione.
L’altare maggiore è provvisto dalla confraternita e vi è eretto un canonicato, già di patronato della famiglia Antonini, con l’onere di due messe la settimana, delle quali una si deve celebrare di domenica, l’altra a piacere. Il rettore è il canonico don Domenico Petti, al quale si chiede di trasmettere la nota e informare dell’adempimento. Attualmente il canonicato è di patronato della confraternita del Santissimo Sacramento.
Visto l’altare, monsignor Tenderini ordina di coprirlo con tela cerata e stragola.
Sull’altare dei Santi Marco, Antonino e Serafina, già di diritto della famiglia Talandini, ora Sebastiani, per disposizione di Marco Antonio Talandini e di sua moglie Serafina è eretta una cappellania con l’onere di una messa quotidiana; a lungo amministrata da Giuseppe Sebastiani, nelle mani del quale furono estinti diversi censi descritti nella visita del vescovo Aleotti – ossia uno di 116,50 scudi 116 a carico di Giuseppe Petti, uno di 25 scudi a carico di Giacomo Velduci, uno di 100 scudi a carico di Egidio Antinelli e uno di 45 scudi a carico delle Agostiniane -, il medesimo si obbligò a investire i denari in favore della cappellania, per cui il vescovo chiede di informarlo a riguardo, confermando altrimenti il mandato rilasciato dal predecessore Aleotti. Successivamente, l’amministrazione, a titolo di economato, fu assegnata dal vescovo Blasi, nella sua terza visita, il 13 novembre 1715, al canonico don Bonaventura Viola, ingiungendogli, in virtù delle facoltà concesse dalla Congregazione del Concilio, che in futuro si celebrassero quattro messe la settimana, finché non fosse aumentata la rendita, ordinandogli di render conto ogni anno al vicario foraneo, tanto delle messe celebrate quanto dei frutti percepiti. Il vescovo ingiunge al suddetto economo di aggiornarlo in merito.
Quanto all’altare, si comanda di coprirlo con tela cerata e stragola; quanto alle suppellettili, di realizzare una cassetta per conservare il calice e la patena.
L’altare della Santissima Annunziata è di diritto della famiglia Bonfiglioli e c’è un legato di quindici messe per Pietro Bonfiglioli. Il rettore è don Giuseppe Scialanca, al quale si chiede di informare dell’adempimento.
In quanto all’altare, si dispone di coprirlo con tela cerata e stragola entro un mese.
In sagrestia, il vescovo sospende una delle pianete di colore bianco, finché non si aggiusti, e ordina di restaurarne un’altra, sempre entro un mese.
In merito alla chiesa nel suo complesso, si prescrive di restaurare il tetto, di ripulirla dalle immondizie e di chiudere i fori in basso all’intorno.
Il custode è un eremita, attualemte fra Giovanni Zaccaria da Castelfranco, di settantatré anni, al quale il vescovo raccomanda la cura e la pulizia della casa di Dio.
Fonti: ASDCC, Dioc. Civita, Ordinamento Mengacci, Littera G – Visitationes, 21, c. 169v-171r