CHIESA - PARROCCHIALE
Chiesa parrocchiale dei Santi Cornelio e Cipriano
Da un inventario del 1726, redatto in seguito al Concilio Romano del 1725, la chiesa parrocchiale dei Santi Cornelio e Cipriano è descritta posta a oriente, con una sola navata con tre altari e un campanile, dotato di due campane, e la sagrestia. Sull’altare maggiore, un tabernacolo di legno dorato custodiva il Santissimo Sacramento. La cappella era stuccata con scene rappresentanti i misteri dell’Incarnazione e, sul fondo, due colonne sostengono tuttora un cornicione con due angeli di stucco e una testa d’angelo al centro a sostegno della croce. Sullo stesso altare si conservava, fino al 1983 – quando fu trafugata – la reliquia del Prepuzio di Cristo, custodita in un reliquiario chiuso da tre chiavi.
La visita del 1719 lo descrive come una teca d’argento in un’urna di marmo incassata nella parete e chiusa da tre chiavi, custodite rispettivamente dall’arciprete, dal conte dell’Anguillara e dai priori, dopo una sentenza che aveva visto uscire sconfitto il conte Lorenzo che pretendeva di avere presso di sé tutte le chiavi.
Tra gli allegati della visita, si trova la relazione a stampa del miracoloso ritrovamento del Prepuzio.
Quella del Prepuzio, ovviamente, non era l’unica reliquia ad essere conservata in chiesa, e gli stessi allegati riportano anche l’elenco delle altre per le quali il vescovo ordinò di conservarle nella vecchia custodia dell’Olio degli Infermi.
Riguardo al fonte battesimale, il vescovo invocò l’aiuto del conte per attuare alcune modifiche strutturali.
Dall’inventario del 1726, risultava essere di pietra con la conca in rame e dotato di una copertura lignea protetta da un conopeo multicolore.
Nella visita del 1719, gli altari risultavano sei (altare maggiore, del Crocifisso, di Sant’Antonio di Padova, di Santa Maria degli Angeli, del Rosario e di San Carlo), scesi a tre, come abbiamo visto, nell’inventario del 1726.
L’altare maggiore era dedicato alla Circoncisione di Gesù ed in esso era eretta la confraternita del Santissimo Sacramento, la quale aveva l’onere di mantenere la lampada sulla sinistra dell’altare e di somministrare la cera per l’esposizione e le processioni eucaristiche – in particolare per quella che si svolgeva la terza domenica del mese – e durante il trasporto del Viatico ai moribondi. La confraternita non aveva molti beni per cui era autorizzata a fare più questue durante l’anno e il ricavato era amministrato dal priore pro tempore.
Ispezionato l’altare, il vescovo ordinò di dipingere la croce sul fronte dello stesso e di provvederlo della tela stragola per coprirlo dopo la celebrazione della messa.
L’altare del Crocifisso era destinatario, con l’altare maggiore, di un legato istituito da Marzia dell’Anguillara. Sospeso, fu reintegrato in occasione della visita e il vescovo ordinò di dipingere la croce sul fronte dello stesso, di restaurare la predella e di coprirlo con la tela stragola fuori dalle celebrazioni.
L’altare di Sant’Antonio di Padova era di patronato della chiesa e si manteneva grazie alla munificenza dei conti dell’Anguillara. Trovandolo sprovvisto, il vescovo ordinò di dipingere la cornice e la croce nel fronte e di provvederlo di tela stragola e cerata.
L’altare di Santa Maria degli Angeli era invece di patronato di Isidoro Mariotti ed era destinatario di diversi legati. Essendo stato sospeso, il vescovo provvide a reintegrarlo e ordinò di munirlo di una base per i candelabri, di un paliotto e di tela cerata e stragola.
L’altare del Santissimo Rosario ospitava la confraternita omonima i cui beni erano amministrati dal santese pro tempore. La medesima curava la recita del Rosario ogni domenica, mercoledì, venerdì e sabato. Ispezionato l’altare, il vescovo ordinò di restaurare la cornice e di provvedere a una nuova base per i candelabri e alle nuove tabelle per i Secreta e di restaurare la predella.
Anche l’altare di San Carlo era di diritto della chiesa. Come per gli altari precedenti, il vescovo dispose che si provvedesse al paliotto, alla predella e alle tovaglie per coprirlo fuori dalle celebrazioni.
Riguardo ai confessionali, erano sprovvisti delle grate che occultavano il viso del confessore, per cui si ordinò di rimediare.
Il pavimento della chiesa doveva presentarsi difforme a causa delle sepolture, per cui il vescovo dispose di spianare quelle elevate, riducendo tutto in piano.
In merito al sacrario, si raccomandò di dipingere la porta e di scrivere sopra, a lettere maiuscole, “Sacrarium”.
Infine dispose di munire le finestre di vetri, di aggiustare il tetto dove necessario, e di intonacare nuovamente e di imbiancare tutta la chiesa.
La sagrestia era abbastanza fornita. A tal proposito, va ricordato che Camillo Cybo, patriarca titolare di Costantinopoli, legato a monsignor Tenderini, in quanto sesto figlio di Carlo II Cybo, duca di Massa e principe di Carrara, provvide a dotare la chiesa di candelieri, croci, tovaglie e altre suppellettili. Altri paramenti furono donati dagli Oratoriani di Santa Maria in Vallicella, da Giuseppe Verzellotti da Fabrica, e, ovviamente, dai conti dell’Anguillara, signori di Calcata.
Contigua alla chiesa era la casa canonica.
Non ebbe nulla da eccepire riguardo ai registri parrocchiali. A tal proposito, presso l’Archivio storico della Diocesi di Civita Castellana si conservano il fondo della parrocchia dei Santi Cornelio e Cipriano – suddiviso nelle serie Battesimi, Cresime, Matrimoni, Morti, Stati delle Anime e Libri di Messe – con documentazione dal 1601 al 1948 e il fondo della confraternita del Santissimo Sacramento con documentazione dal 1865 al 1929.