CHIESA PARROCCHIALE
Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio
Il 15 novembre 1719, il vescovo, dopo i vespri, unito ai convisitatori don Romolo Cochi, don Innocenzo Floridi e ai suoi servitori, letto l’itinerario nella cattedrale di Civita Castellana, ha intrapreso il viaggio verso Rignano, dove, giunto alle ore 23 circa, secondo lo stile italico, si è diretto all’alloggio allestito nel palazzo del duca, e, poiché impedito dalla pioggia, ha rimandato le funzioni sacre al giorno seguente.
Difatti, il 16 novembre, rivestito dei paramenti pontificali, e insieme al Capitolo, al Clero, al governatore e al Popolo si è recato, sotto al baldacchino, alla collegiata dedicata ai Santi Vincenzo e Anastasio e, qui giunto, genuflesso alla soglia della porta della chiesa, ha baciato la Croce presentatagli dall’arciprete e, ricevuta l’incensazione, procedendo verso l’altare maggiore, ha benedetto solennemente il Popolo, celebrato la Messa e, tenuto il sermone pastorale, ricevuta l’obbedienza dei canonici e del resto del Clero. Compiuta infine l’assoluzione dei defunti, ha proceduto alla visita.
Adorato il Santissimo Sacramento nella pisside e nell’ostensorio e benedetto il Popolo, dopo le solite orazioni, ha ordinato di porre la serratura nella porta del tabernacolo e di provvedere a una chiave d’argento, il tutto entro un mese, pena le sanzioni previste.
Il fonte battesimale è troppo stretto e dev’essere ingrandito, affinché possa ricevere l’acqua colante dalla testa degli infanti e si possa immetterla nel sacrario. Nel frattempo, ha ordinato che la parte interna del coperchio si rivesta con un velo di seta di colore bianco e che si aggiusti l’impugnatura della conchiglia entro un mese.
Per quanto riguarda il sacrario, bisogna dipingere le porte esternamente e, nella parte superiore, scrivere “Sacrarium” entro lo stesso termine.
Sul vasetto dell’Olio degli Infermi va fissata la croce ed è necessario dipingere la valvola della custodia, comunicando il decreto ai santesi.
Si appongano una croce e i vetri sul reliquario XXI di san Martino e sul reliquario XXIII di san Sebastiano e si aggiusti l’interno e si dipinga la custodia entro un mese.
Sull’altare maggiore, è eretta la confraternita del Santissimo Sacramento, che si suppone aggregata all’omonima arciconfraternita di Roma, ma non trovandosi il diploma di aggregazione, il vescovo ha ordinato di provvedere onde poter godere delle indulgenze.
La medesima confraternita ha l’onere di mantenere accesa la lampada e di somministrare la cera per l’esposizione del Santissimo Sacramento ogni terza domenica e nelle altre esposizioni che si fanno durante l’anno, come anche nelle processioni del Corpus Domini e nell’ottava e durante la Settimana Santa e nelle altre solennità simili e nel portare il Viatico agli infermi e versa alla sagrestia della collegiata 50 baiocchi all’anno.
I beni stabili e censi sono amministrati dal priore pro tempore, al quale il vescovo ha chiesto di render conto.
Ha poi stabilito che l’altare sia coperta con tela cerata e stragola, entro un mese. Tutta la mensa è stata unta con gli olii santi.
Sullo stesso altare, sono presenti i seguenti oneri: innanzitutto, si canta quotidianamente la messa conventuale da parte dell’arciprete e dei canonici a turno, con l’applicazione in favore del Capitolo; si celebra ogni mercoledì da parte dei medesimi a turno, una messa per l’anima di Sante Taddei da Gubbio, fino al numero di trenta messe, come per riduzione ottenuta dalla Congregazione del Concilio il 28 settembre 1686; nei mercoledì restanti, si celebra per l’anima di Costanza de Cioccis; si celebra a turno una messa piana ogni terza domenica del mese e due messe all’anno, di mercoledì o giovedì, per Margherita Aquilanti.
Sull’altare di San Giovanni Decollato è eretta la confraternita della Misericordia, aggregata all’omonima arciconfraternita romana, che possiede qualche bene e il ricavato delle questue, amministrati dal camerlengo, al quale si è chiesto di render conto della sua gestione e di esibire la nota dei beni.
La medesima confraternita ha l’onere di fornire l’altare di olio, cera e sacre suppellettili e di far celebrare le seguenti messe: una messa solenne, con primi e secondi vespri, nel giorno della Decollazione di san Giovanni; una messa piana ogni seconda domenica del mese e una messa simile ogni lunedì.
I canonici sono inoltre tenuti a celebrare una messa ogni giovedì.
Si celebrano poi quarantaquattro messe per l’anima di Carlo Colaianni e otto per Margherita Aquilanti.
L’altare è abbastanza curato e il vescovo si è limitato a raccomandare di coprirlo con tela cerata e stragola e di render conto dell’adempimento.
L’altare del Santissimo Salvatore è di diritto della Comunità e si mantiene tramite le questue, amministrate dagli incaricati pro tempore, ai quali si è ingiunto di esibire i registri e le note dei pagamenti e di coprirlo con la tela stragola. È privo di oneri di messa.
Sull’altare della Madonna del Carmine o dei Santi Carlo e Agostino è eretta la confraternita della Madonna del Carmine, aggregata all’arciconfraternita di Santa Maria in Traspontina. Si mantiene con le questue che si fanno ogni mese, nei giorni di mercoledì, da due sorelle nominate dall’arciprete pro tempore e rettore perpetuo, alle quali si è chiesto di render conto.
I canonici sono tenuti a cantare messa nella festa di San Carlo per legato di Giovanni Bambacia.
Visto l’altare, si è ordinato di coprirlo con tela stragola.
Sull’altare del Santissimo Rosario è eretta la confraternita omonima aggregata all’arciconfraternita di Roma in Santa Maria sopra Minerva. Si mantiene mediante l’opera di due donne consorelle alle quali è permesso questuare la prima domenica del mese.
Davanti al detto altare, l’arciprete recita recita tre volte a settimana e nei giorni di festa la terza parte del rosario. Si svolge, inoltre, una processione generale la prima domenica di ottobre e, particolarmente, attorno la piazza della chiesa, ogni prima domenica del mese, nelle quali processioni intervengono i canonici e gli altri membri del Clero secolare.
La suddetta confraternita fa cantare una messa solenne, con primi e secondi vespri, nella festa del Santissimo Rosario e un’altra nel giorno seguente per i benefattori defunti.
Possiede poche rendite, cioè un canone di 13 giuli, e un’altra rendita di 9 giuli a carico di Lando Pascucci, come risulta dalla visita pastorale del vescovo Aleotti, nonché una casa da affittare di solito per 15 giuli e un censo di 75 scudi a carico dei fratelli Giuseppe e Angelo Firmani.
Nel 1647, gli officiali vendettero una casa ad Andrea Luciano e coi proventi facevano celebrare una messa ogni sabato e un’altra nelle quattro festività della Beata Vergine, ma, in seguito, fu istruito un processo davanti l’Auditor Camerae per il rimborso. Il vescovo ha disposto di accertarsi dello stato della causa, di esibire l’inventario dei beni e di render conto dell’adempimento delle messe e dell’applicazione dei decreti del vescovo Aleotti.
Riguardo all’altare, si è ordinato di restaurare la mensa attorno alla pietra consacrata e di coprirlo con tela cerata e stragola entro due mesi, pena le sanzioni previste.
L’altare di Sant’Antonio Abate è di diritto della chiesa e si mantiene mediante le elemosine. I canonici vi celebrano nelle feste di San Michele Arcangelo, l’8 maggio e il 29 settembre, e nelle feste di San Giacomo Apostolo e di San Rocco, le quali messe si celebravano all’altare di San Michele, demolito per decreto del vescovo Aleotti. Si è ingiunto di coprirlo con tela cerata e stragola.
Sull’altare del Santissimo Crocifisso è eretta la confraternita del Gonfalone, aggregata all’arciconfraternita omonima di Roma. È privilegiato quotidiano e perpetuo per i defunti, per indulgenza concessa da Paolo V, come risulta dalla lapide posta sul lato destro dell’altare.
Si mantiene coi propri beni e con le questue che si è soliti fare tre volte al mese e che sono amministrati dal camerlengo pro tempore al quale si è ingiunto di render conto della sua gestione e di esibire la nota dei beni.
Sul medesimo altare, i canonici celebrano le seguenti messe, a seguito dalla convenzione con la confraternita, come risulta dalla Visita del vescovo Aleotti: una messa piana ogni quarta domenica del mese ed ogni martedì e venerdì, come anche a cantare una messa solenne, con primi e secondi vespri, e portare in processione il legno della Croce il 3 maggio, prima della messa, e, nel giorno immediatamente seguente non impedito, di cantare una messa da Requiem per i confratelli, le consorelle e i benefattori defunti.
I canonici sono anche tenuti a celebrare ventiquattro messe il martedì per Maddalena Egeri ed altri della sua famiglia e dodici, sempre di martedì, per Giambattista Bambacia, sedici, anche di martedì, per Rosato Muti; quaranta di mercoledì per Michel’Angelo Terenzi; dodici, anche di mercoledì, per Daria Tompari; una al giorno per Bonaventura Brunelli di Bagnoregio; quarantotto piane ogni venerdì e una cantata per Francesco Firmani; quattro, anche di venerdì, per don Simeone Valentini e otto durante l’anno per l’anima del medesimo.
C’è anche un legato di quattordici messe all’annuo per Dionigi Bruchi a carico del canonico Andreozzi, come per testamento del 1686, rogato da Ascanio Andreozzi, e un legato di una messa al mese per l’anima di Elisabetta Fornaciari, a carico di don Domenico Fornaciari, come per testamento del 1701, per gli atti del Perelli, notaio capitolino.
Il vescovo ha ingiunto di informarlo dell’adempimento entro otto giorni, pena le sanzioni previste.
Relativamente all’altare e alla cappella, ha ordinato di porre i vetri mancanti sia nella finestra sopra l’altare sia nelle altre della detta cappella e di restaurare il soffitto, oltremodo rovinato, proteggendolo dall’umidità, e che si copra l’altare con tela stragola entro un mese.
Sull’altare di San Pietro è presente un beneficio semplice con il peso di una messa al mese e un’altra nella festa del santo titolare, il cui rettore è il chierico Sebastiano Pechinoli da Civita Castellana, al quale si è chiesto conto dell’adempimento e di trasmettere la nota dei beni entro un mese.
Riguardo all’altare, bisogna restaurare la predella e coprirlo con tela stragola.
È necessario poi apporre le grate ai confessionali per nascondere il viso dei confessori.
La sepoltura comune dinanzi l’altare di Sant’Antonio Abate, derelitta e abbandonata e bisognosa di riparazione, è stata concessa al canonico Andreozzi e ai suoi successori, finché non compaiano gli aventi causa o pretendenti.
In merito al pavimento della chiesa, si è confermato il decreto del vescovo Blasi e del suo predecessore che non si possa scavare per la tumulazione dei cadaveri, sotto pena di 10 scudi contro il sacrista e coloro che osassero contravvenire.
Tanto il pulpito quanto l’organo sono stati trovati a norma.
Relativamente al coro, l’unico appunto è relativo alla pretesa dell’arciprete di assistere, nello stesso luogo durante il giorno, alla recita dei Divini Uffici con la stola e di conservare sul suo stallo, i cuscini e il leggio, le quali cose furono proibite dal vescovo Blasi nella seconda visita, il 7 gennaio 1713, sotto pena di 3 scudi. Monsignor Tenderini ha confermato tale decreto finché l’arciprete non sarà insignito di un titolo o privilegio.
Sul campanile si deve rifare o rinnovare il tavolato entro un mese, per poter avere un accesso sicuro.
In sagrestia, si è ingiunto di inserire i nuovi canoni nei tre Messali, di restaurare le pianete di diverso colore in ferrandina, di fare due dalmatiche di colore bianco, di munirsi di due veli bianchi e tre neri per coprire i calici e di due campanelli, come anche di due albe e di un paliotto bianco per l’altare maggiore. Poiché il principe Borghese, patrono della chiesa, è solito, per la sua pietà, sovvenire a tali mancanze, si è ingiunto di fargli presente tali cose, confidando molto nella religiosissima liberalità della sua casa.
L’archivio si conserva in sagrestia e le sue chiavi sono custodite dall’arciprete e dal canonico sagrista.
Le messe si celebrano a turno dai canonici, come stabilito dal vescovo Gozzadini. Per sovvenire alle messe mancanti, monsignor Tenderini ha assegnato il termine di tre mesi, pena le sanzioni previste, come nel decreto da affiggersi in sagrestia.
Ugualmente, ha stabilito che i registri dove si annotano le messe si conservino sempre in sagrestia affinché qualsiasi sacerdote, ogni giorno, possa annotare le sue messe e che non siano asportati sotto pena di 3 scudi in favore della sagrestia.
Riguardo al corpo della chiesa, si è ordinato di aggiustare le finestre e di apporre i vetri, dei quali massimamente sono prive tanto sopra le porte quanto quelle presenti nella chiesa e nella sagrestia, entro due mesi. Allo stesso modo, si è ingiunto di restaurare il tetto.
Il cimitero è stato trovato a norma.
Per i registri parrocchiali, si è disposto di fare le rubricelle tanto per quello dei Battezzati quanto per quello dei Morti, sotto pena di 3 scudi, il tutto entro due mesi.
La chiesa, sotto la protezione dei Santi Vincenzo e Anastasio, fu eretta in Collegiata insigne nel 1614 da Paolo V.
Il Capitolo è formato da un arciprete e di sei canonici che hanno in massa comune i frutti provenienti dai censi, canoni, luoghi dei monti e dagli stabili, e che si dividono fra gli stessi, riservando tuttavia una porzione doppia all’arciprete, a ragione della Cura d’anime e metà dell’altra porzione al sacerdote coadiutore non canonico.
L’arciprete e i canonici sono tenuti a recitare quotidianamente le ore canoniche in coro, pena le sanzioni previste per le puntature dal vescovo predecessore e a cantare ogni giorno la messa conventuale.
L’Arcipretura ha annessa la Cura di tutta la Terra e del Suburbio e del suo territorio e della tenuta del Castello di Morolo.
Per il governo della medesima Cura, c’è anche un sacerdote coadiutore, che, benché non sia canonico, ha tuttavia voce attiva e passiva in Capitolo e lo stallo nel coro, con l’onere di partecipare alle Ore, ma senza puntatura, e alla celebrazione della messa conventuale, e, inoltre, di occuparsi della sagrestia o di deputare ad altri i suoi compiti.
Il vescovo, dopo aver raccomandato all’arciprete e al coadiutore l’esercizio della Dottrina cristiana, del rosario e della Buona Morte, a cui chiamò anche alcuni canonici ed altri del Clero, ha disposto che il Capitolo si riunisca almeno una volta al mese, il primo lunedì, per trattare diligentemente innanzitutto di ciò che occorre al culto divino e al decoro della chiesa e, secondariamente, di ciò che attiene allo stato economico della Massa capitolare e le proposte e le risoluzioni si prendano per voti segreti da registrarsi nel registro dei Capitoli da parte del sacrista maggiore.
Annesso alla collegiata, si trova l’oratorio della confraternita del Gonfalone, della quale si è detto nella visita dell’altare del Santissimo Crocifisso, i cui confratelli usano vesti bianche e partecipano alle processioni pubbliche e all’accompagnamento dei cadaveri dei defunti; ogni mercoledì di marzo, la sera, dopo la compieta, recitano coi canonici i salmi penitenziali e le litanie e ascoltano il sermone del predicatore quaresimale.
C’è un unico altare sul quale si celebra di tanto in tanto per devozione.
La medesima confraternita, dai frutti di tre luoghi dei Monti lasciati da Carlo Colaianni, come per testamento rogato il 6 maggio 1609, per gli atti di Orazio Lucarelli, è tenuta a dotare una fanciulla scelta dagli eredi del testatore. Il vescovo ha chiesto di informarlo dell’adempimento.
Ha poi ordianto che si chiudano tutte le finestre con vetri o almeno con tela cerata.
Poiché il pavimento è rovinato, ha ingiunto di provvedere e ripararlo, incaricandone gli officiali e il vicario foraneo.
Bisogna inoltre restaurare il tetto entro due mesi.
In merito all’abitazione contingua, si è disposto di restaurare il tetto e le finestre.